UNCLE BARD & THE DIRTY BASTARDS – il nuovo disco….tutto fatto a mano

959

UNCLE BARD & THE DIRTY BASTARDS – HANDMADE!

Formatisi nel 2007, Uncle Bard & The Dirty Bastards sono una miscela esplosiva e trascinante di folk/rock e della più pura musica tradizionale irlandese, grazie all’incontro inusuale tra le chitarre elettriche e strumenti della musica popolare quali banjo, cornamusa irlandese e tin whistle! Con dieci anni esatti di attività e tour in tutta Europa, i “Bastards” si sono imposti come la prima e principale band di Irish folk-rock proveniente dall’Italia, grazie alle loro trascinanti esibizioni live, ma anche alla profonda conoscenza della musica tradizionale, così come della cultura e della società irlandese. E tornano in scena con Handmade!

Uncle Bard & The Dirty Bastards
Risposte a cura di Lorenzo Testa (tenor banjo)

Come definiresti con quattro aggettivi la tua/vostra musica?

Ridanciana, esuberante, trascinante, oltraggiosa.

Come si intitola la tua/vostra ultima fatica discografica e come è stato il percorso di produzione della stessa?

Il nuovo disco si intitola “Handmade!” ed è uscito ufficialmente il 9 febbraio, a circa due anni dal suo predecessore “Get The Folk Out!”. In mezzo ci sono stati circa 180 concerti in giro per tutta Europa, canzoni scritte tra sala prove, furgone e notti insonni, ognuno di noi aggiungendo e cercando di dire qualcosa di proprio. Il titolo rispecchia un po’ quello che è il percorso stesso dell’album, dato che ne abbiamo curato direttamente ogni dettaglio produttivo, dalla composizione, agli arrangiamenti, ai testi, passando anche per le grafiche e la registrazione. Questo non significa certo che siamo bravi a fare tutto noi, ma semplicemente che ciò che potete sentire sono i Dirty Bastards al 200%, con tutti i vantaggi e i limiti del caso!

Se ti chiedessi quanta gente “mi porti” ad un tuo concerto, come reagiresti?

Onestamente non sono tra quelli che si offendono davanti ad una domanda del genere, non perché la giustifichi ma perché semplicemente la trovo estremamente rappresentativa della situazione attuale. Sarebbe bello credere che la musica sia ancora prima di tutto cultura e aggregazione, e che ci organizza concerti sia mosso dalla viscerale passione artistica e dall’amore per la musica. Ma non è più così, bisogna essere realisti. E i locali devono fare i conti con costi, tasse, permessi e normative assurde, e soprattutto con un pubblico che scarseggia e che ascolta la musica sempre più distrattamente. Le poche realtà che conosco che riescono a mantenere una programmazione di qualità sono locali storici che vantano una storia più che ventennale, difficilmente ripetibile da chi parte oggi da zero. Quello che comunque spesso gli organizzatori italiani non capiscono è che l’esito di una serata non dipende solo dall’artista, ma anche e soprattutto dalla promozione che ci sta attorno e da mille altri fattori che vengono spesso dimenticati o tralasciati.

Quanto sono importanti i social per la tua/vostra musica?

E’ innegabile come i social abbiano cambiato completamente non solo la nostra vita quotidiana, ma anche il modo di fare musica e di entrare a contatto con i propri ascoltatori, mantenere vivo l’interesse, interagire, farsi leggere ed ascoltare. Si chiude un mondo, se ne apre un nuovo, la cosa non facile è rimanere sempre un po’ al passo con i tempi. Oggi come oggi gestire gli aspetti comunicativi di una band sui social è un affaire quasi più impegnativo di quello compositivo, e che non si può tralasciare; resta inteso che si deve avere però prima di tutto qualcosa da dire, e quello è un compito che può spettare solamente alle canzoni. Senza quelle, non si va da nessuna parte!

A quanti concerti di musica di altri artisti indie sei stato negli ultimi sei mesi e cosa ne pensi dell’underground indipendente?

Per interesse musicale ed impossibilità fisica, dato che – per nostra fortuna – siamo praticamente sempre in giro a suonare, sono decisamente fuori da questi contesti soprattutto per quanti riguarda la “scena” italiana; gli ultimi concerti che ho visto sono stati quasi tutti all’estero e nell’ambito del folk più puro o della musica tradizionale. Sono situazioni musicali in cui essere artisti indipendenti è talmente una normalità che non si può nemmeno identificare un “underground indipendente”.