Schiena dritta e voce alta, l’istinto in levare dei Poor Man Style

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Scritto da Gianni Ananìa Pala

 

I Poor Man Style sanno canalizzare suoni, energia e dinamismo senza troppi fronzoli: una musica edotta fatta di parole che arrivano dritte al punto, in modo deciso e schietto. Il 2014 è l’anno dell’uscita della loro terza fatica, esce infatti a luglio Rabbia Dub Style, un’album che mantiene ciò che promette nel titolo, senza azzardare alcuna emulazione “inna jamaican style” (che pare vado molto di moda ndr), facendo trasparire un senso di cognizione e la volontà di mantenere un proprio naturale compromesso con i ritmi in upbeat e sapendo cucire con perizia parti rap su basi fedeli al gusto accademico del roots.

Per quanto concerne la produzione, soffermandoci sull’estetica uditiva, questo lavoro risulta un prodotto ben confezionato, tiepido, compresso al punto giusto (forse volutamente ndr), il suono è tondo e ruvido allo stesso tempo e permette di asserire con fierezza il proprio essere “suonato”.
Ciò lo si individua, sopratutto, nella sezione ritmica e nello specifico dalla batteria, nell’aver mantenuto l’attacco e la fisicità tipica del live, quell’organicità che i vari “Re Mida” del reggae italiano ed internazionale, tendenti più all’editaggio assassino e alla registrazione a parti, stanno trascurando.

Insomma un disco che non delude il precedente “Urban Pirates”; e quando si parla di musica anche l’orecchio vuole la sua parte!
Champion Sound, ad esempio, esprime la capacità dei PMS di non smentire l’amalgama che li contraddistingue. Venature rap abbracciano riffs e temi che sguazzano nel roots-reggae jamaicano coevo al “Poor man style” riddim di Freddie McGregor, intarsi ed arrangiamenti di matrice afro-reggae, temi e suoni tradizionali che riescono a richiamare , a momenti, l’atmosfera di alcuni celebri album di Lucky Dube, ruvidezza rock-reggae d’oltreoceano il tutto ancorato ad un groove solido e marciante che smentisce allo stesso tempo ogni genere di manierismo.

Ciò nonostante, l’alternanza di ruoli tra le voci principali, da un lato arricchisce e dona poliedricità alla band, dall’altro potrebbe rendere leggermente labile l’alchimia che confluisce in un trittico “suono, voce e immagine”, la quale, al giorno d’oggi, obbliga la musica ad essere “vista” (ahimè ndr), obbligandoci a memorizzare ed individuare un determinato progetto musicale con riferimenti chiari e d’effetto. Insomma, quei soliti pacchetti preconfezionati del “supermercato musicale” e della spietata concorrenza che tange pure il panorama reggae italiano. Forse ogni tanto occorre tenerlo d’acconto e far buon viso a cattivo gioco. Ma ciò non basta a smontare il lavoro di questa band, che proseguono dritti per la loro strada e fanno emergere una passione per i suoni e per il suono, prima che per “l’immagine” della musica.

In effetti, ciò che rende solido e dinamico Rabbia Dub Style, oltre alla qualità oggettiva dei singoli pezzi e la potenza dei bubbles, è la fluidità della tracklist.
Incastonata ad’hoc, alterna respiri d’intermezzo che riescono ad enfatizzare meglio l’itinerario, inducendo la nostra attenzione a fare più caso alle parole.
Dei Poor Man Style stupisce anche lo ska, probabile frutto di chi mangia pane e reggae da anni, latente la patchanka, cantato veemente, intervallato da assoli d’organo e di chittarra umidi, dischiusi, lungimiranti e riverberi dosati con gusto.

Il disco si congeda con Nelle tue mani, la cui unica pecca, forse, è di non essere stata collocata a metà disco, sarà per l’usuale giro d’accordi o il bubble ridondante che caratterizzano una canzone forse più adatta al disimpegno di metà disco, ma lo sviluppo è comunque interessante nella sua progressione al dub di chiusura, che si mantiene fedele all’umida propensione dei PMS.

Insomma, un “big up” al reggae sincero e mordace dei Poor Man Style che con la loro ultima fatica hanno dimostrato di saper spaziare attraverso vari generi di riferimento senza mai snaturare, alla fine, il proprio inconfondibile stile.

 

 

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