Il Salotto di Malcom: Valeria Caucino

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Ragazzi questa settimana faccio le pulizie di primavera. Come dire che levo di torno la polvere e le cose pesanti, levo di mezzo oggetti e arredi di colori scuri e lascio che il sole invadi qualsiasi cosa abbia una forma. Lo so che siamo quasi in estate ma con il disco di Valeria Caucino direi che è sempre primavera. Si intitola “At the break of dawn” ed è un surrogato di romanticismo e di bellissime speranze, ottime ambizioni e quel gusto infinito per il country-road americano, naturalizzato irlandese. Sa di questo e sa di quello, sa di cose già sentite e di cose che ci aspetteremmo…sa di Italia per un certo modo di far suonare le chitarre e sa di mondo per quel gusto “epico” di far decantare le parole. E poi perchè riproporre un brano in italiano? Ancora una volta, si verifica ciò che non riesco a capire. Si accomoda in salotto ed io mi lascio raccontare la vita da una donna non più ragazza che nella vita ha fatto suonare la musica. Oggi canta la sua…

Inizierei dal potere evocativo di questo disco. Montagne sconfinate, valli incantante, ruscelli, acqua pura…e tanto altro…cioè è la tua personale rivoluzione alla quotidianità delle nostre città e dei nostri abusi edilizi?
Nel produrre il disco non immaginavo che la mia musica evocasse bucolici scenari, ma riconosco che sono coerenti con la mia personalità artistica e quindi mi fa molto piacere che il messaggio sia passato. Anche attraverso il videoclip del singolo “Over the pain” abbiamo voluto trasmettere questo tipo di sensazioni, e in effetti ciò può essere visto come la mia ricerca di un’alternativa alla vita frenetica e innaturale in cui spesso, nostro malgrado, ci ritroviamo, l’aspirazione ad una dimensione più a misura d’uomo.

Non pensi che questa tua “visione” romantica e meravigliosa del mondo sia – come dire – troppo distante dalla realtà? Dunque musica per evasione e immaginazione piuttosto che musica di “cronaca” e realtà?
Per quanto riguarda i testi delle canzoni, nell’album c’è molta concretezza e cruda realtà, si parla di delusioni, di tradimenti, di dolori, ma anche della voglia di riscattare le difficoltà di ogni giorno, di speranza e di amore. E credo che questa miscela di emozioni sia parte dell’esperienza quotidiana di tutti noi. Dalle musiche invece, traspare una certa pacata malinconia, ma anche molta dolcezza e positività. Si può azzardare che vi siano due anime complementari, da una parte le liriche, che ci rimandano all’immanente, al concreto, dall’altra le musiche, che ci conducono in spazi sconfinati dove l’immaginazione può trovare rifugio e dare vita ai sogni più reconditi.

Ma sempre restando in qualche modo su questo filo conduttore: Valeria Caucino canta di ciò che vorrebbe che sia o di ciò che esiste per davvero?
Oserei dire entrambi. Nelle canzoni proietto inevitabilmente il mio vissuto, le esperienze passate e quelle quotidiane, ma anche gli ideali e le aspirazioni: canto la vita che vivo e la vita che vorrei. E le due cose si compenetrano in quell’equilibrio dinamico che dà un senso all’esistenza.

Se ti dicessi: John Denver o Joan Baez…che cosa mi rispondi?
Definitivamente Joan Baez, l’artista a cui mi sono da sempre ispirata.

Anche nel tuo disco c’è un brano – nello specifico il primo dal titolo “The Beating of Life” – che riproponi in italiano. Perchè? Ho l’impressione sbagliata o senti anche tu che l’italiano gli appartenga davvero poco?
Concordo con la tua sensazione; la mia musica, ma soprattutto il modo in cui la interpreto, fatica ad andare d’accordo con la lingua italiana, mentre si sposa perfettamente all’inglese. “The beating of life” è stata la prima canzone che i miei autori hanno composto per me, quindi ho voluto significativamente collocarla in apertura dell’album, mentre il testo di “Senza limiti” è stato scritto in un secondo tempo, appositamente per il Biella Festival 2014, contest nazionale in cui era più appropriato proporre un pezzo italiano, e dove si è classificata al 2° posto. Abbiamo deciso di chiudere l’album con questo brano innanzi tutto per omaggiare il nostro Paese e dimostrare che la scelta dell’inglese negli altri brani dell’album non è per me un obbligo filologico necessario a tutti i costi, ma è piuttosto una coerenza espressiva legata al genere musicale che propongo, di stampo anglofono.

Per chiudere questa chiacchierata…in questo disco c’è musica che stai ancora cercando oppure la tua sensibilità artistica ti sta già portando altrove?
Sto già lavorando insieme a nuovi autori a un prossimo album, in cui ci sarà sicuramente nuova linfa compositiva e interpretativa, ma nella sostanza i modelli stilistici a cui mi ispiro – il folk acustico in primis – sono comunque gli stessi che da sempre influenzano il mio modo di fare musica.

Metto su un vecchio concerto del ’69 dove la Baez canta anche in Italiano. Metto su qualcosa che suoni di famoso e di sentito. Poi torno tra le righe della Caucino e il confronto regge, non trema, non ha sussulti ed è inverosimile per quanto si renda anacronistico. Eppure per qualche puntigliosa ragione saprei dirvi per certo che “At the break of dawn” è un disco italiano…maledizione…