Il Salotto di Malcom: Valentina Gullace

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Nastro rosa amici di Malcom. Finalmente tornano guerriere e non guerrieri a dar mano forte alla musica italiana. E questa volta è anche bellissima, di voce, di presenza, di spirito… di questo Jazz elegante che mi costringe inesorabilmente ad accendere il caminetto per quando avrà a celebrarsi quell’intimità unica e sensibile che solo una donna sa concedere alla forma di una canzone. Ma mi costringerà anche a versare un amaro corposo e stuzzicante per incendiare i pensieri per quando lei giocherà a ribaltare i cliché del perbenismo di piazza. Benvenuta a Valentina Gullace, anima della televisione e del teatro, dei musical e – oggi finalmente – della canzone. Anima d’arte e di espressione che ha lasciato alle note del jazz il compito di codificare la sua stanza segreta in cui ci permette di vedere ma sempre a lume di candela. Si intitola “La mia stanza segreta” l’esordio maturo e dai fortissimi contorni pop-jazz di Valentina Gullace. E noi, cari amici di Malcom, chiudiamo le porte e facciamo girare questo disco che avrei tanto voluto sentire su incisioni di vinile…

Un disco alla “vecchiaia” discografica… come un tempo i matrimoni, anche oggi gli esordi riguardano sempre più adolescenti… cosa mi dici in merito?

Vivo in un mondo tutto mio, discograficamente parlando. A volte i miei allievi di canto mi fanno conoscere artisti usciti adesso e io cado dalle nuvole. Faccio ascolti selettivi nel senso che sento il bisogno di scegliere con cura cosa ascoltare, perché per me la musica non potrebbe mai essere un “sottofondo” quindi sono lontana da certe logiche. Ho voluto fare un disco alla vecchia maniera, interamente suonato da musicisti pazzeschi e ho lavorato in maniera “artigianale”. 

Chissà se te l’hanno già fatta questa domanda: ma se la tua stanza è segreta, perché raccontarcela in un disco?

Ho iniziato a scrivere i primi brani intorno ai 17 anni e non pensavo minimamente ad un disco, né ad un pubblico. Per me scrivere canzoni è sempre stato come scrivere un diario segreto in musica. Ho deciso di condividere tutto questo perché ad un certo punto ho ammesso a me stessa di essere una cantautrice. Dunque ho pubblicato un disco per comunicare, per raccontare la mia visione della vita e per condividere errori e lezioni imparate in questi anni. Forse una catarsi.

Quanta metafora e quanta verità di vita c’è dietro queste canzoni?

Totale verità e onestà. In ogni frase sono veramente io con le mie riflessioni, le mie paure, le mie ansie e le mie piccole conquiste. Mi piace usare le metafore così come mi piace, a volte, essere un po’ evanescente ed ermetica… ma tutto quello che sentite nel mio disco è il frutto di una profonda urgenza comunicativa senza filtri. A volte mi piace usare l’ironia perché è importante prendersi poco sul serio. Ad esempio su “Respirare” racconto delle mie ansie e del fatto che tutti mi dicono da sempre che devo lasciarmi scivolare addosso le cose, invece che avvilirmi e accanirmi. Sul mio secondo singolo “La responsabilità di te” mi diverto ad esorcizzare le delusioni amorose giocando con le tipiche frasi che ci vengono dette dagli amici che vorrebbero consolarci. Tra l’altro su entrambi i brani appena citati ho un grandissimo musicista come ospite: Fabrizio Bosso, che con la sua tromba riesce ad esprimere esattamente quella leggerezza e ironia che volevo rendere con questi due pezzi.

Beh a questo punto non posso non chiedertelo: sei mai stata ad uno speed date?

No! E non credo ci andrei mai… mi verrebbe un’ansia incredibile! Mi fanno meno paura i social, c’è più possibilità di “filtrare” e forse si fa in tempo a capire con chi si sta parlando. Forse…!

E perché “banalizzare” così lo stereotipo di maschio alfa? Era forse più un demonizzare certi stereotipi o ce l’hai proprio con lui in particolare?

Il videoclip del mio secondo singolo è stato diretto da Giulia Fiume, che ha anche scritto il soggetto. Le ho chiesto di aiutarmi a realizzare qualcosa di molto ironico, che sdrammatizzasse le relazioni sentimentali così come volevo fare col testo di “La responsabilità di te”. Non ce l’ho con nessuna categoria di uomo se non con le persone poco oneste con sé stesse e dalle intenzioni poco chiare… visto che, come dico nel brano, “la differenza sta nelle intenzioni”. 

Valentina Gullace e la musica Jazz. Perché questo genere di scrittura?

Ascolto jazz dall’età di 13 anni. Mio padre aveva dei vinili bellissimi che facevano parte di una raccolta intitolata “I giganti del jazz”. Ero affascinata soprattutto dal disco di Ella Fitzgerald, sentivo quella voce così intonata, vellutata, piena di sfumature. Adoravo la sua versione di “Sophisticated Lady” di Duke Ellington e mi divertivo a imitare lo scat su brani come “Air mail special”. Poi intorno ai 16 anni ho iniziato a studiare gli standards e ad ascoltare voci come Rachelle Ferrell, che mi ha molto influenzata. Ascoltavo Michel Petrucciani, Pat Metheny, George Benson, Chet Baker, Burt Bacharach attraverso la voce di Dionne Warwick… Successivamente mi sono avvicinata al rock e ho fatto parte di diversi progetti tra cui una band nu metal, i Damage Done. I musical mi hanno “rapita” per gran parte della mia vita e ho ripreso a cantare jazz da alcuni anni, affrontando anche il repertorio dello swing italiano degli anni ’30 con le Sorelle Marinetti. Quattro anni fa ho messo su un progetto che si chiama “Una serata a Broadway” in cui canto un repertorio di standard jazz scritti originariamente per i musical di Broadway (Gershwin, Porter, Rogers/Hammerstein…). Nello stesso periodo ho deciso di fare un disco con i miei brani e quando ho fatto la scelta finale dei brani da includere del disco, ho rimesso mano alla struttura di alcuni di essi e ho lavorato per cercare una coerenza stilistica necessaria, visto che si trattava di composizioni scritte in epoche differenti. Ho coinvolto il pianista ed arrangiatore Seby Burgio e lui ha saputo accontentare perfettamente i miei gusti. Avevo in testa album come “Live in New York” di Gretchen Parlato, ma anche le ultime cose di Robert Glasper… il mio obiettivo era creare delle sonorità jazz contaminate con l’R’N’ B’ dalle atmosfere molto essenziali ed eleganti. Amo il jazz perché mi ha permesso di riscoprire il vero suono della mia voce. Nel jazz non puoi scimmiottare nessuno, devi conoscere l’armonia, ascoltare il ritmo… e poi c’è la parte dell’improvvisazione che è un atto creativo meraviglioso, che si nutre di istinto ma è il risultato di grande studio (perché “l’improvvisazione non si improvvisa”!).

Il tuo disco di jazz più importante?

“First Instrument” di Rachelle Ferrell: un vero capolavoro. 

Eh beh, se qualcuno mi nomina Rachelle Ferrell direi che non è proprio a digiuno di dischi e di suoni. E dalla rete pesco questo singolo dal titolo “La responsabilità di te” con la splendida partecipazione di Fabrizio Bosso. E detto questo, amici di Malcom, ho detto tutto. Spero…