Il Salotto di Malcom: Stella Burns

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Ritrovarsi nel futuro del vecchio west. Direi che sono questi i segni tangibili di un immaginario che schizza fuori dall’ascolto del buon vecchio Stella Burns che torna in scena con i suoi The Lonesome Rabbits per un disco di omaggi…di grandi omaggi. Si intitola “Jukebox Songs” e dentro ci troviamo Cohen, Radiohead, Handsome Family e poi ci troviamo dentro Mino Reitano, Little Tony e chi più ne ha…più ne metta. Il suo stile western intriso di indie italiano in un fumoso quanto metallico ruggito analogico, intime e sacerdotali le sue versioni che sinceramente affascinano anche il vicinato che ogni tanto punta l’orecchio per sentire la musica che arriva da questo dannato salotto. Che si accomodi Stella Burns che dalla toscana al vecchio west il viaggio deve per forza passare per il futuro:

La curiosità impera: come si arriva ad un genere Western…oggi?
Il western in ambito musicale è un genere abbastanza esplorato e da un po’ di tempo c’è un fiorire di gruppi che riprendono sonorità tex mex. Nel nostro caso, per quanto una certa predisposizione sonora e un certo tipo di estetica siano indubbie, parlerei di più stili che confluiscono in una visione personale di insieme e che certo comprende anche il western. Morricone in fondo ha influenzato schiere di musicisti, Nick Cave e Calexico tanto per fare qualche nome.

Ma soprattutto…come ci si resta? Cioè tu non hai mai avuto voglia di sperimentare e contaminare il suono e la scrittura di mille frontiere che il genere non ha?
Da sempre non ho mai pensato di relegarmi dentro i confini di un unico stile. Il mio modo di scrivere e arrangiare ha forse un filo comune in tutti i progetti nei quali ho suonato ma ho sempre cercato di non esser didascalico e di mescolare le carte. Nei Tangomarziano con Franco Volpi, adesso nei Lonesome Rabbits, mescolavamo fantascienza ed elettronica. Con il mio più recente gruppo Hollowblue ho fatto tre dischi in cui, pur con una personalità ben definita, abbiamo preso varie direzioni. Come Stella al momento sto esplorando queste sonorità ma non è detto che mi ci soffermi. L’importante è mantenere al di là dei generi la propria personalità

Gli Handsome o Cohen ci stanno benissimo. Ma Mino Reitano? Come ci si arriva…qual è il filo conduttore del tutto?
Ok…daccelo tu un filo conduttore per tutto questo…
Il filo conduttore è stato dettato da una scelta di gusto. Per quanto possa sembrare strano tra le nostre influenze c’è David Bowie come Reitano. Non pensare al Reitano reso buffonesco dalla televisione. Egli era un autore musicale eccellente che meriterebbe ben più attenzione. Il suo catalogo è ricco di canzoni, oggi sconosciute, che hanno una scrittura musicale emozionante. Sempre con Franco Volpi in passato abbiamo messo in scena uno spettacolo a lui dedicato proprio per divulgare il Reitano poco conosciuto. Tornando alla tua domanda quindi, ci piaceva l’idea di mettere insieme canzoni così diverse che fanno parte dei nostri ascolti, omaggiarle e render chiaro come certi autori e cantanti bistrattati in realtà non siano di serie B.

Quanto e quando è intervenuto il mondo digitale del futuro nel tuo sound e in questo disco?
Beh, il disco è stato registrato in digitale tra Livorno, Bologna e Londra. Ma certamente gli strumenti usati sono analogici! Così come il mastering finale a Tucson. Abbiamo utilizzato chitarre degli anni 30/60, banjo, mandolini e vecchi microfoni. Quindi se parliamo di sound c’è davvero poco di moderno. Ma non siamo andati alla ricerca di un suono vecchio. Semplicemente abbiamo usato strumenti vecchi per trovare il nostro suono.

Ma il tuo sound nasce con i The Lonesome Rabbits o si accompagna con loro? In altre parole chi ha contaminato chi e in che cosa?
I Lonesome Rabbits (Mario Franceschi, Franco Volpi e Davide Malito Lenti) sono amici di vecchia data e gran musicisti con i quali suono nei concerti quando e quanto più possibile e a questo disco hanno preso parte in pieno agli arrangiamenti e alla produzione. Certo la “visione” nasce da me ma loro hanno aderito con entusiasmo e in completa sintonia. Nel 2014 ho pubblicato “Stella Burns loves you” che è, per quanto abbia tanti interventi da parte loro e anche di altri musicisti, un disco meno corale. Jukebox Songs invece è nato tra un live e un altro, in auto, nei viaggi, via mail, a casa… e l’influenza è stata assolutamente reciproca. Il sound era nato già prima ma loro sono stati fondamentali per l’evoluzione del sound stesso.

Chiudiamo parafrasando il titolo del tuo disco: torneranno i Jukebox?
No, non credo torneranno ma mi auguro non scompaia del tutto lo spazio fisico, il rito, il momento di ascolto con consapevolezza e scelta. La musica non è più centrale nelle nostre vite e siamo in un momento di passaggio. Vedremo tra qualche anno quale ruolo avrà.

Eccolo Stella Burns in un’identità decisamente riconoscibile a priori. In rete, di questo disco, troviamo la famosa “Louie Louie” che lui fa sua così come la vedete…ne più ne meno..un ascolto direi quasi maniacale…