Il Salotto di Malcom: Pier Mazzoleni

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Tempo di fermare il tempo perchè non è la storia a guidare il senso dell’ascolto quanto più la carne e la pelle di chi la storia l’ha percorsa su questa Terra. Pier Mazzoleni entra nel mio salotto senza invadenza e presunzione, chiede permesso, e la sua musica abbraccia la polvere e le attese, le culla e poi mi lascia un attimo in piena riflessione. Un disco che non ho trovato per niente “nuovo” come qualcosa che mancava…a dire il vero si sente fortissima un’Italia discografica che abbiamo superato da tempo. Però è il gusto dello scorgere cosa si nasconde dietro un’apparenza a cui ci approssimiamo tutti con fare da sacerdoti professori. Si intitola “Gente di terra” ed io mi ficco ben dentro la schiera di gente che Pier Mazzoleni si ferma ad osservare…

Nel tuo disco sento tanto il sapore del mare. Eppure sei di Bergamo. Dove si incontrano questi due pianeti apparentemente così lontani?
Sono uno strano caso di identità doppia. Forse tripla, perché amo anche la montagna, nel contempo. Mi piace viaggiare, lo si sarà capito (ride), credo che non serva andare oltre la provincia per raccontare. I grandi lo hanno fatto e con ottimi risultati: Salgari, uno su tutti, non si è mai allontanato da casa sua eppure cosa ha scritto? E poi tanti altri che hanno disegnato la realtà di mondi a loro sconosciuti senza andare oltre confine. Per respirare il mare, d’altronde, non è necessario recarvisi o passeggiare sulla spiaggia o percorrere a piedi nudi il litorale. Con la fantasia, spesso, si fanno i migliori viaggi, se poi ci si reca in loco tanto meglio! Vuoi mettere la gioia di poter guardare le cose con gli occhi del visionario? Panorami ignoti che si mettono a fuoco all’improvviso senza averli mai visti. Ricordo una mia canzone Diventi donna, una bossanova contenuta nel disco La tua vera identità… quando la ascolto ancora oggi mi sento proprio in Brasile, per quel calore tipico latino e per come sono gli arrangiamenti. Pur senza mai esserci stato. Credo si tratti del mio bisogno di appartenere al mondo inteso come universale, ecumenico… un pensiero questo che, presumo, sia comune a molti scrittori o musicisti. Per me, nel mio intimo, è la cosa più normale: dove finisce la terraferma (di Bergamo o che sia) comincia il mare e viceversa… e l’uno dipende sempre dall’altra per vivere e sostentarsi. Non si può prescindere. E non scordiamoci che a Bergamo in antichità c’era la dominazione veneziana… dunque si parla ancora di mare.

Scrivi di aver voluto evitare arrangiamenti poco scontati. Certo non lo sono affatto ma di sicuro non ci sono soluzioni estreme o rivoluzionarie a loro modo. La scelta dunque era di confezionare un disco che facesse bene il mestiere a cui veniva destinato?
Non ho mai cercato, forse per pigrizia, soluzioni che mi portassero grandi soddisfazioni con poca fatica. Non credo ai regali piovuti dal cielo! Ho sempre sudato ogni cosa e intendo andare avanti così. Soluzioni innovative dimmi tu dove trovarle… magari ti seguirei; certo è che, per mia indole, sono attratto da quello che è il retaggio francese degli chansonnier e non l’ho mai negato. Forse i vestiti delle mie canzoni lo mettono in mostra anche troppo. Ma cosa farci? E’ parte del mio essere come sono e non mi dispiace affatto. Ho deciso a priori di non preoccuparmi di piacere, né di tendere a destra o a sinistra… nemmeno di patteggiare con la mia anima! Il vestito migliore è sempre quello che si ha indosso in quel dato momento. Un arrangiamento ha il compito di coccolare le parole come una madre stringe a sé il suo bimbo. E sono poco scontati non solo quando alcuni strumenti sono fuori dalla tradizione del tuo paese (come il sitar in questo caso) ma anche e soprattutto quando chi, pur avendo i tuoi dischi precedenti e conoscendoti artisticamente, non ti ritrova a un primo ascolto di un successivo album. Ecco, direi che un disco è poco scontato quando questa persona ha bisogno di ascoltare il progetto più volte. Non penso mai di partire dalla fine quando seguo un progetto, non ragiono in termini commerciali, non mi pongo obiettivi di vendita e non vedo lungo: non mi interessa farlo. Seguo step by step le fasi di creazione del disco e questo mi basta. Il gioco è fatto se il lavoro finale piace a me in primis, e magari qualcuno (forse lassù), avrà voluto così…

Fisarmonica e pianoforte. Tasti pesati. Una domande che chiedo a tutti i pianisti: hai mai misurato – metaforicamente parlando – la grandezza della musica con il peso di un tasto?
Non l’ho mai fatto e il motivo è semplice. La musica non si rinchiude e non si connota, a mio avviso, perciò un tasto non è la sua migliore unità di misura. Semmai si potrebbe misurare la grandezza della musica con uno spartito ben fatto della nona di Beethoven. Quello certamente sì. Ma è un concetto banale evidentemente, Beethoven è l’apice del mondo! Per un pianista certo è che il suono prodotto nell’aria dalla vibrazione di una corda, percuotendo un tasto con tutte le sfaccettature delle sue dinamiche, è una libidine per i sensi: l’anima raggiunge uno stato di esultanza e il corpo è appagato. Ma voglio essere concreto e torno al raziocinio. Per il solo fatto di amarla posso dire che la musica mi ha fidelizzato, e io le sarò grato per sempre.

Tornando con i piedi per terra…molti sono i riferimenti a De Andrè, almeno così sembra. Che ci dici in merito?
Sento di continuo parlare di riferimenti, vedo il bisogno di etichettare e attribuire ad ogni cosa una fascetta con un distintivo preciso. Sarà anche giusto ma per carità! Guardiamo oltre, e non stiamo sempre a cercare di specchiare le persone per trovare a tutti i costi delle similitudini… come se fosse un crimine aver respirato un po’ di quella stessa aria. Ognuno di noi ha infilato il suo pennello nella tela di qualcun altro prima o poi, non credi? Nel senso che dopo i capisaldi ciclopici (che a loro volta avranno intinto nei colori di altri), ne arrivano altri e altri ancora ne arriveranno. Vuol dire che dopo il primo uomo sulla terra non ce ne sarebbero dovuti essere più? E’ un concetto importante e merita attenzione, non bastano poche righe a esaurirlo e, come vedi, mi sta a cuore. Parlo per deformazione o per castigo, forse per un senso di quella giustizia che ognuno merita.
Altro fatto è che io credo che ci si potrebbe sforzare un po’ per dare il nome giusto alle cose. Tempo fa mi capitava di dover dare spiegazione a critici o recensori sul come fosse la mia musica. E loro mi rispondevano: quindi sei un contiano? o magari tenchiano… bastava fare un nome per esserne considerati la fotocopia. Fortunatamente, oggi mi capita raramente che qualcuno mi metta di default in un contenitore senza prima avermi ascoltato. E dentro di me ho sempre pensato a quanto idiota fosse stata quella domanda. Li adoro entrambi i due nominati, sono stati la colonna portante di casa mia per anni e ancora lo sono. Ma… C’è un grande ma! Perché non ci sforziamo di guardare negli occhi la gente, cercando di capirne i pensieri e le intenzioni, e magari ci prendiamo un’ora per provare a capirla eliminando la fregatura di inutili pregiudizi? Troppo facile pensare di catalogare chiunque. Prima comprendi il mio messaggio e poi ne discutiamo e se hai ragione tu, abbasso le mani. E provare a pensare che, sempre che non ci siano dei palesi copia e incolla dimostrati, quel lavoro è frutto della creatività di una persona? Si può e si deve fare. E del resto la storia dice che, anche il più grande di tutti, ha attinto dove ha potuto e alle volte senza ritegno.

Chiudiamo con una curiosità molto intima: come uomo in un tuo personalissimo viaggio spirituale, sei quello che scrivi?
Davvero vorresti saperlo? Beh, effettivamente oramai il disco è nell’aria e non posso più tacere (ride). Ebbene sì, sono quel che ho scritto ma con alcune limitazioni. Riprendo il mio concetto di sempre, forse arcaico ma verace, che mette al centro il valore Uomo contrapposto al valore Religione. Gesù, lo dico per chi crede possa essere esistito, è stato un grande seminatore di umanità e indulgenza e ha accolto a sè ogni realtà senza alcuna prevenzione. E da qualcuno che ha improntato la sua vita a questo scopo mi aspetto molto. A questo qualcuno io chiedo sincerità. Ed è quello che in punta di croce l’uomo Gesù ha saputo regalare a chi è stato crocifisso con lui e a tutto il genere umano. Del resto, il rapporto tra Pier Mazzoleni e la Religione (intesa come Chiesa) è evidente di prima lettura pure nel mio romanzo “Il destino di Ippolita”, dove metto in chiaro alcuni punti essenziali e tratto la spiritualità nello stessa maniera che poi ho fatto in “Gente di terra”. Nell’unica maniera che so: gloria a chi è morto per la causa umana e abbasso chi lucra e specula in nome di Dio. In “Dicembre mai cercato”, un altro mio romanzo, affronto il concetto di viaggio interiore e di misticismo portando fisicamente il protagonista Jan greco in india. Con tutto ciò che ne consegue. Nel mio piccolo resto comunque a debita distanza con le mie idee e guardo il mondo passare, da laico, per non creare scompiglio. Ciao a tutti.

Ci salutiamo con “Volo” questo singolo lasciato libero di volare in rete. Però certo, dopo tanto detto e tanto fatto un video così poteva anche mancare all’appello. Ma il quadro del tutto è bello o è brutto per ogni singola pennellata ed è di quel tutto che si deve aver rispetto e tempo da dedicare alla contemplazione.