Il Salotto di Malcom: MIZA MAYI

729

Che dire amici di Malcom. Che dire della mia felicità quando alla porta appendo un nastro rosa. Che dire quando la musica di questa nuova ed eterna scena italiana che – non so cosa ne pensiate voi – ma la trovo assai arida e omologata. Per fortuna sono molte le voci che dal coro escono e fanno un giro a spasso per il mondo… e per il mondo di cose interessanti se ne trovano a iosa. Lei è MIZA MAYI, africana e italiana assieme, americana e berliniana assieme, con piccole sfumature francesi come sempre accade in questi dischi che elaborano il pop mainstream in una miscela di jazz elettronico, lounge di grande profilo e qualche sentimento dubstep tanto per rimarcare che in fondo è il quartiere e la strada il vero habitat di scritture simili. Tanto gusto davvero soprattutto nei suoni per questo disco dal titolo “Stages of a Growing Flower”. Ed io la faccio accomodare sapendo di dovermi scontrare con tanto mondo che gira, che suona e che non perde tempo a rincorrere le quattro scemenze televisive di questa musica italiana. C’è tanto altro amici di Malcom. Non dimenticatelo mai.

Un esordio davvero di grande profilo, i miei complimenti. Come si arriva a questo obiettivo? La farina da quali e quanti sacchi proviene?
Si può dire che da quando ho iniziato a studiare non abbia davvero mai smesso. Ho studiato danza, canto, recitazione ma la disciplina che mi ha davvero aperto la mente è il metodo Strasberg-Stanislavki, si basa principalmente sulla ricerca, la conoscenza, la ginnastica emotiva e la sperimentazione.
Tutto questo è frutto di tanto studio e di tanto lavoro ma da sola non avrei mai potuto raggiungere l’obiettivo, il disco è stato prodotto dai miei amici e colleghi Eros Cristiani e Jessica Cochis, molti brani li abbiamo scritti insieme. Nello specifico Eros si è occupato di tutti gli arrangiamenti, Jessica ha diretto i fiati ed è il produttore esecutivo e direttore artistico.

Beh l’America prima di tutto. Di Italiano c’è davvero poco per non dire niente… non è così?
Sono molto orientata verso le sonorità nu jazz, funky, R&B tipiche della scena americana, ma c’è anche molta Europa, nel disco troverete delle ballads romantiche, trip-hop e arrangiamenti euro-pop, è un disco che non si pone limiti geografici, abbiamo tutto il mondo a disposizione. Per farvi un esempio concreto nel mio secondo singolo Flowers Jessica suona un sax soprano preparato che ricorda molto le sonorità delle cornamuse celtiche.

Ci piace assai questo modo sbarazzino che hai di rendere la tua immagine pubblica. Pare proprio che ti diverti un sacco nel vestire questi panni. Che poi nella vita di tutti i giorni si cambia o ci si conferma così?
Mi muovo tra il serio e il faceto. Nei social mi piace essere spensierata e leggera ma lancio anche messaggi profondi e poetici. Nella vita di tutti i giorni sono proprio così, a tratti riflessiva, a tratti folle. Bisogna concedersi di vivere tutte le emozioni, anche quelle più oscure.

E l’italiano… come lingua… per un disco intero… anzi per una carriera… impossibile?
Me lo stanno chiedendo in molti. A dire il vero tutti miei brani nascono in italiano, ma quando si è affacciata l’idea di produrre un album abbiamo deciso di orientarci su un pubblico internazionale. L’italiano è la mia lingua madre, una lingua che mi porta a una certa nudità espressiva, con l’inglese mi posso nascondere un po’ di più ed esprimere concetti più crudi rimanendo comunque fedele alla ritmica e all’efficacia del suono. In ogni caso non escludo che nel prossimo disco non ci siano brani in italiano.

La seduzione… e qui dicci la tua, da donna, da cantante… nella forma canzone come nella vita, quanto conta?
La seduzione? Si seduce un uomo o un amante, la seduzione ha un non so che di opportunistico ma il pubblico no, non va sedotto, più che di seduzione io parlerei di sensualità. Il mio obiettivo è dare spunti di riflessione, accendere un’idea, una luce, aprire le menti, la musica ha il potere di veicolare messaggi molto importanti. Io vivo la sensualità, in maniera molto naturale, quasi mistica. Si tratta di un concetto che viene troppo spesso sporcato e demonizzato, ma non dobbiamo avere paura dei nostri sensi.

Domanda filosofica: un simile disco per divenire donna o per tornare bambina?
Questo disco rappresenta un percorso di crescita, diventare donna non significa necessariamente perdere la concezione del proprio io bambino, anzi non bisogna mai dimenticarsi di esprimere quella parte di noi, quella che libera dai cliché, che fa commettere follie, che ci permette di rischiare, vivere emozioni forti. Penso sia una crescita trasversale che ci permette di raggiungere una nuova coscienza di sé, un nostro io migliore, più completo.

E dalla rete pesco questo “Flowers” con la bellissima collaborazione di Jessica Cochis, con questo suono di sax che tra vezzi digitali e richiami classici davvero restituisce spesso a questo disco il sapore di quel pop classico dei tempi della nostra adolescenza. Di quando l’America in fondo non era poi così lontana…