Il Salotto di Malcom: Marco De Annuntiis

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Mondo beat generation, mondo di controcultura e di irriverenti figli di alte borghesia per niente proletarie che però vivono con coerenza e con sfarzo la loro incapacità di stare alle regole. Loro delle regole se ne fottono… e hanno quel certo fascino aristocratico da r-moscia e voce per niente estetica e devota al canto, per i cantanti s’intenda. Ma di personalità ne hanno a secchiate ed è questo il vero punto cardine su cui farsi due domande: quanto, una personalità così forte, rappresenta un vero ostacolo per chi sposa (con consapevolezza o con resa automatica) l’omologazione? Che sia questo il vero ingrediente che rende difficoltoso approcciarsi ad artisti come Marco De Annuntiis? Direi proprio di si. Di certo non è una persona che chiude la sua musica dietro i cliché dei social network. Si intitola “Jukebox all’Idroscalo” questo disco pubblicato anche in vinile in cui c’è l’eclettico modo di essere contro l’indifferenza verso ogni tipo di cliché. Anzi: De Annuntiis i cliché li prende in giro e si ubriaca alla loro salute. Dunque amici di Malcom avrò cura di spolverare la mia copia di “Jukebox all’idrogeno” di un certo Ginsberg e metterò un fiore sulla tomba di Pasolini. E da queste colonne portanti, ben spolverate a dovere, cercheremo di fare silenzio: parla Marco De Annuntiis.

Scena beat. Spesso la si cita per parlare della tua musica. Per te cosa significa? Ti ci rivedi?

Il motivo per cui il beat dei 60’s continua ad essere riscoperto e rivalutato è che, per quanto i testi italiani fossero castigati, è stata l’unica scena italiana in cui il concetto di “rock” e quello di “pop” coincidevano. Il paradosso è che questo tipo di repertorio è sopravvissuto, fra i suoi contemporanei, quasi esclusivamente nei piano bar e nei karaoke, che sono la negazione della musica dal vivo. Ai musicisti giovani invece interessa riprenderne l’immediatezza, l’idea che il sound essenziale di un complesso “combo” (organo, chitarra, basso e batteria) possa essere autosufficiente e non aver bisogno di altro. In questo mi ci rivedo sì, ma anche la scena beat odierna inizia ad essere a sua volta “chiusa”, relegata a un movimento di revival di cui invece non mi sento parte: io ho cercato solo di dare quel vestito classico a canzoni moderne. 

Dunque potrei azzardare che sei figlio di una società che non ti somiglia per niente? E se si mi chiedo come fai a “sopravvivere”?

Nel ritornello di Borderline canto “Amo vivere proprio qui / peccato solo per l’epoca”: molti credono che io sia un nostalgico ma non è vero: sono solo uno che, come nella miglior tradizione dei nobili decaduti, usa il patrimonio che ha a sua disposizione come l’unico possibile: se suono un organo Farfisa del ’69 o una chitarra Eko del ’63 è solo perché non c’è nessuno strumento nuovo di fabbrica che mi sembri migliore; allo stesso modo porto abiti di mio nonno, orologi di mio padre: non vedo la necessità di sostituirli, con cosa dovrei farlo?

La nostalgia non c’entra nulla, è proprio “una questione di qualità”; anche del famigerato “ritorno del vinile” non me ne sono nemmeno accorto perché per me non se ne era mai andato. Non mi sento a mio agio in questa società ma non ho mai cercato di costruirmi una “bolla”, detesto i revival, le riserve, anche quei festival e locali in cui la gente si diverte per un giorno – come se fosse carnevale- a imitare il modo in cui io vesto tutto l’anno. 

Allen Ginsberg e Pier Paolo Pasolini. Cosa rappresentano per te questi due grandi uomini della storia e della cultura?

Mi sono laureato in Lettere con una tesi sul rapporto fra poesia e canzone: non credo che la canzone debba essere promossa al rango di poesia, in genere chi sente questo bisogno soffre di complessi di inferiorità culturali. Allo stesso modo la vera poesia contiene già in sé la sua musica e non ne necessita un’altra. Da Ginsberg e Pasolini viene il gioco di parole che dà il titolo all’album, “Jukebox all’Idroscalo”, ma ce ne sarebbero da citare tanti altri (Boris Vian, Jacques Prévert, Bob Dylan, Serge Gainsbourg, Jim Morrison, Gregory Corso, Victor Cavallo…).  Ciò che mi ha sempre affascinato, nella canzone come nella poesia, è la possibilità di rendere le parole vive dandogli corpo e voce: tutti citano sempre la sentenza latina “verba volant scripta manent” a favore di una presunta maggiore affidabilità della parola scritta,  pochi sanno che il significato originale è il contrario: le parole scritte sono ferme, quelle orali volano e arrivano ovunque. 

E quindi in definitiva dicci: secondo te la tua musica quanto “somiglia” e quanto rispetta tutto questo bacino storico e culturale da cui attinge?

La mie canzoni hanno riferimenti alti e bassi: tutti i cantautori sono pronti a pagare debito a una poesia di Ungaretti e a un quadro di Van Gogh, pochissimi ammettono di ispirarsi anche a un film di Dario Argento, a un fumetto di Sclavi, alla pubblicità di un liquore, a una scritta anonima su un muro. Il mio linguaggio ha molti riferimenti, ma non sono così importanti: non puoi fare canzoni con note a piè di pagina, chi non coglie le citazioni si deve divertire ugualmente, non deve avere la sensazione di aver ascoltato una barzelletta senza averla capita. 

Ma quindi per capirci: i miti, le star “Come De André” sono comunque da ricondurre ad uno scenario comandato ad arte per il commercio?

Non necessariamente ma siccome la necrofilia ha un potere d’acquisto altissimo, per il commercio non è mai troppo tardi per mettere il cappello anche sopra ciò che in passato ha ignorato: penso che De André finché era vivo non avrebbe mai immaginato il fanatismo di cui sarebbe stato investito da morto. Lo dico sempre: i poeti come i santi sono tali in quanto morti, pochissimi li definivano tali già in vita. Chi avrebbe mai scommesso sulla rivalutazione postuma di Piero Ciampi? E in fondo che differenza fa che Ciampi sia vivo o morto, visto che da vivo pesava più la sua assenza che la sua presenza? Forse anche chi ha prodotto il mio disco confida in questo, sono il classico artista che ha tutte le qualità per diventare un mito dopo la morte: un buon affare a lungo termine, una specie di “nuda proprietà”. 

E quindi un artista come te che comunque cavalca la medianicità e le regole di questo circo finto che è la discografia e la cultura italiana, a quale scopo lo fa? Domanda piccante lo so, ma penso di ottenere indietro una grande risposta…

Eh, “il signore sì che se ne intende!” (ride, ndr.) 

Chi posta venti selfie al giorno usa una modalità ancor più grottesca, afasica, prelinguistica di affermare sé stesso: lo scopo è, molto banalmente, quello di essere conosciuti, per poi essere ricordati, per essere infine amati. 

Lo dice bene Foscolo, “sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”. Certo, mi rendo conto che è comico porsi il problema di essere ricordati quando ancora non si è risolto quello di farsi conoscere, ma è tragicamente disperato quello che tutti facciamo per lasciare una traccia: c’è chi fa figli, chi pianta un albero, chi scrive. Quindi neanche io sfuggo al “circo mediatico”, semplicemente perché non ho alternativa:  negli anni ’60 c’erano cantautori come De André che trattavano il disco come un libro e si “accontentavano” di guadagnare i diritti d’autore rifiutando di fare concerti: adesso sarebbe assurdo! Oggi ci sono fenomeni come Liberato, che contrastano la sovraesposizione da social nascondendosi nel mistero: ma anche quella è una posa, benché al buio, una sorta  promozione al contrario che basta solo a creare curiosità sul momento ma non garantisce di durare. Personalmente non sono un gran paraculo: so gestire da solo i post su Facebook ma non quelli su Instagram. 

Io sono responsabile solo della qualità del lavoro che faccio, non del successo che incontra.

Ecco dalla rete pescare “Shavette”. E torniamo negli anni ’70, ci affacciamo agli ’80 e non andiamo in toilette per evitare di morire. Omologati di ogni età fatevi da parte: che a voi resti solo l’effimero gioco estetico da confrontare con i vostri burattini delle televisioni. Noialtri prendiamo l’energia e la voce di chi alla scena chiede solo di celebrare la personalità che ha di dentro. Dunque non è un disco per chi è debole di coraggio.