Il Salotto di Malcom: Le Frequenze di Tesla

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Torniamo in onda amici di Malcom. Torniamo più vivi che mai e più affamati che mai. E in questo salotto di musica indipendente non ci lasceremo sfuggire il vagito di chi dal buio dell’indifferenza cerca costantemente una via di uscita per la salvezza del proprio spirito. Devo dirvi anche che ho cambiato arredamento lasciando ampio spazio alla libreria con i classici e tanti nuovi dischi in vinili appoggiati a terra come a dimostrare che non c’è ragione per confinare le cose dentro banali etichette. Ma veniamo a noi… perché in fondo il tema resta questo. Il secondo disco de Le Frequenze di Tesla, trio combo bolognese firmato da Enrico Fileccia, Matteo Cincopan e Vinicio Zanon Santon, mi lascia quello straordinario retrogusto beatlessiano che non può non affascinarmi, mantecando il tutto con la leggerezza solare di queste voci sottili e ricche di primavera. Si intitola “Il robot che sembrava me” ed i temi delle loro nuove 10 canzoni non cercano appunto l’etichetta e la catalogazione ma trasudano ingenuo istinto di essere. Sono canzoni che parlano proprio di individualità in alcune delle sue derive più quotidiane, affidando l’immaginario ad un robot che vive e si scopre uomo. Ovviamente questa è una sintesi brutale… ma quanto stiamo diventando tutti quanti dei robot?

Uno spaccato di verità sociale. Conformismo ed omologazione. Sono questi i temi… somiglieremo a dei robot alla fine di tutto?

Enrico:  Credo che le somiglianze già ci siano. Moltissime persone già al giorno d’oggi vivono in maniera del tutto omologata. Il paradosso del mondo contemporaneo risiede nel fatto che da un lato i media tendono a esaltare l’individualismo e quanto ognuno di noi sia “speciale” di per sé e dall’altro canto gli stessi media spingono al conformismo più estremo; ogni comportamento va inquadrato in delle categorie predefinite e si finisce col paradosso di rendere gli “anti conformisti” contemporanei spesso i più conformisti in assoluto. 

Matteo: Il grado di somiglianza che raggiungeremo dipenderà da ognuno di noi ma sono ottimista: sarà solo somiglianza. Non credo che arriveremo mai a essere come robot… Pur essendo noi stessi delle macchine! Sicuramente in futuro dovremo imparare a rapportarci con robot di vario genere in diversi ambiti lavorativi e ludici, ma questo non ci priverà della nostra umanità. A proposito dell’omologazione, invece, sono d’accordo con quanto ha detto Enrico. 

Domanda assai piccante: una denuncia sociale, scardinare i consueti metodi di comunicazione e di educazione… ma alla fine anche i “rivoluzionari” passano da FB. Non trovate che sia un controsenso? È quello che accade oggi…

Enrico: Sono d’accordo, il paradosso della questione si riallaccia a quanto dicevo prima: il confine tra atteggiamento rivoluzionario e reazionario è molto più sottile di quanto si possa pensare. 

Matteo: Per far circolare le loro idee i rivoluzionari di ogni epoca hanno sempre usato i mass media a loro disposizione: una volta c’erano i giornali, i volantini, i manifesti (o le scritte sui muri), poi sono venute radio e televisione; ora c’è anche Facebook. In futuro ci sarà qualcos’altro ancora.

E per restare sul tema, senza piccarvi più di tanto, ma anche il vostro disco suona indie-pop… anche questa direzione sembra essere una omologazione… non trovate? Perché non cercare altre vie per dare forma alle canzoni?

Matteo: Si potrebbero fare anche considerazioni su quanto l’attuale scena musicale permetta una reale sperimentazione… Nel registrare quest’album ci siamo preoccupati soprattutto di creare qualcosa che per noi era bello e che ci piacesse condividere con quanta più gente possibile.

Enrico: Quando abbiamo scritto l’album l’abbiamo fatto perché avevamo qualcosa da dire: l’obiettivo era provare a comunicare qualcosa al pubblico non inventare una nuova forma di comunicazione. La sperimentazione ci piace ma l’abbiamo sempre considerata come un mezzo piuttosto che un fine; il contenuto del nostro messaggio non si esaurisce alla forma con cui viene espresso.

Mi incuriosisce il nome che avete dato alla band. Cosa rappresenta per voi Tesla?

Enrico: Tesla è stato un gran pensatore, ha sfidato più volte l’autorità per perseguire ciò in cui credeva e credeva profondamente nel suo sistema di valori. Il suo carattere rivoluzionario stava nel fatto che non accettava compromessi su ciò che riteneva giusto. 

Matteo: Per certi versi Tesla ha incarnato un paradosso: era uno scienziato, ma i suoi lavori non erano esenti da una dimensione esoterica; per molti versi ha precorso i tempi e, della portata di alcune sue invenzioni, ci stiamo rendendo conto solo adesso. Fu un puro che non si lasciò corrompere dal sistema e, probabilmente, è un personaggio che non abbiamo ancora compreso fino in fondo.

Indipendenza oggi: che cosa significa per voi?

Matteo: Oggi come oggi siamo sempre più interconnessi e forse, più che di “indipendenza”, si potrebbe parlare di “indipendenze”, tutte circoscritte nel tempo e in ambiti differenti. È molto importante cercare di acquisire e mantenere strumenti culturali che consentano di fare delle scelte. L’indipendenza totale da tutto e da tutti è un’illusione.

Enrico:  l’indipendenza in senso assoluto è impossibile per definizione: siamo tutti dipendenti dagli altri in modo più o meno diretto.  L’acquisizione di questa consapevolezza aiuta a filtrare le varie fonti di influenza che ci martellano quotidianamente, facilitando un’autodeterminazione attiva, che ritengo sia il massimo grado d’indipendenza a cui si possa aspirare. 

E per chiudere: un pezzo come la title track del disco sa decisamente di un futuro robotico anni ’80. Che sia questa la vera radice del futuro? Il passato?

Enrico: L’importanza del richiamo al passato mentre ci si rivolge al futuro è stato spesso un tema ricorrente nella storia dell’uomo, soprattutto nei momenti d’incertezza storica come quello che stiamo vivendo attualmente. Il futuro non può prescindere da delle radici solide. “Il robot che sembrava me” può essere interpretato in modi diversi a seconda del punto di riferimento temporale utilizzato: può richiamare l’alienazione della classe operaia durante la rivoluzione industriale, essere una descrizione del senso di inquietudine dell’uomo contemporaneo sempre connesso ma allo stesso tempo sempre più solo oppure rivolgersi a un ipotetico ma realistico futuro dove, grazie allo sviluppo tecnologico, sarà difficile distinguere gli esseri umani dalle macchine. 

Matteo: Tutto ciò che esiste è il presente. Il passato non è più e il futuro non è ancora; ma se si perde di vista il passato, e insieme al passato il solco in cui si stava viaggiando, diventa molto più difficile concepire un futuro. Non so se il passato sia la radice del futuro ma sicuramente rappresenta una chiave di decodifica e, per questo motivo, al di là degli anni ’80 (che possono piacere o meno), più indietro si riesce a guardare, più avanti ci si potrà proiettare.

E quindi dalla rete peschiamo il loro primo singolo estratto dal titolo “Le migliori evidenze”: ed ecco sfacciato il legame tra realtà ed apparenza, di rapporti che ormai si costruiscono di immaginario e di visioni digitali più che di pelle, odori e sguardi. Insomma… stiamo diventando dei robot. Di certo però, al bel suono del disco e agli arrangiamenti di semplici e gustose soluzioni, avremmo preferito un video meno adolescenziale… tutto qui.