Il Salotto di Malcom: Ivan Francesco Ballerini

349

Mi restituisce sempre un fascino importante quel modo di coniugare narrazione a cronache di storia passata ben precisa. E il fascino sale quando il tutto riesce anche a codificare il quotidiano di vita che accade attorno. Ecco la mia sintesi di un disco che sulle prime non mi ha fatto impazzire e di sicuro non vuole gridare alla rivoluzione, e lo sa bene. Un disco semplice, acqua e sapone anche merito di suoni che coccolano le belle soluzioni italiane. E nella semplicità accade quel che dicevo: il narratore sa fare il suo mestiere e ci parla delle belle gesta dei Nativi Americani, ripescando personaggi realmente esistiti e decantando storie, reali e fantastiche… per passare, con altrettanta naturalezza, al suo mondo ordinario, quello di questo futuro… futuro che impera di sistemi digitali per quanto lui, Ivan Francesco Ballerini, all’elettronica ha quasi voltato le spalle restituendoci un disco come “Cavallo Pazzo” figlio delle mani artigiane e di un bellissimo suono pop d’autore italiano. La RadiciMusic di Firenze porta a casa una pubblicazione che va gustata con un buon bicchiere di vino e una veduta affascinante sull’orizzonte di questa bella terra Italiana.

Benvenuto ad un artista pellegrino del tempo. Un disco come il tuo torna indietro nel tempo, sia per lo stile che per i contenuti. Un bel viaggio a ritroso direi… non credi nel futuro?
Ahahahah… certo che ci credo. Ci credo a tal punto che ho voluto esordire con un album interamente dedicato agli Indiani d’America. Questo perché sono convinto che non esista futuro se non si ha ben chiaro ciò che ci siamo lasciati alla spalle. Il passato, che è la nostra storia, la storia del nostro cammino di uomini, non può e non deve essere dimenticato. Senza conoscere gli avvenimenti del passato “semo perduti” per usare un Dantismo. Se non altro conoscere il passato storico degli avvenimenti ci dovrebbe aiutare a non commettere sempre gli stessi sbagli. Comunque si, “Cavallo Pazzo” è un album che profumo di anni settanta, che profuma di libertà, di territori ancora incontaminati.

Piuttosto dicci: perché i Nativi Americani? Sei legato alla storia o ad una qualche “filosofia” e metafora di vita che c’è dietro?
No, “Cavallo Pazzo” è un album che è nato per caso. Non ero partito per comporre un disco interamente dedicato agli Indiani d’America. Inizialmente volevo produrre un disco di canzoni miste.
Poi però sono arrivato ad un punto in cui avevo in mano un bel “gruzzoletto” di canzoni tutte riguardanti questo argomento, e quindi assieme al mio arrangiatore/chitarrista Alberto Checcacci, abbiamo deciso di intraprendere la strada del concept album. Ci è sembrata la scelta più giusta anche se più difficoltosa in quanto scrivere 10/11 brani su un determinato e preciso argomento, non è certo una passeggiata. Si tratta di scrivere 10 melodie e 10 temi di italiano… insomma il lavoro certo non è mancato.

Te lo chiedo anche perché spesso questo disco parla del presente… come vi fossero tanti ponti di collegamento… tra ieri e oggi?
Si, questo è vero. Mi riaggancio alla tua prima domanda, in cui ho espresso il mio pensiero riguardo alla conoscenza degli avvenimenti storici, che dovrebbe servirci per non ripetere sempre gli stessi errori… invece purtroppo non è affatto così. Basti pensare a questi continui flussi migratori, di persone disperate, che cercano un posto dove poter vivere serenamente e invece, spesso, molto spesso, vanno incontro alla morte, dopo giorni di marcia disperata, o in mare aperto, su gommoni in cui si trovano stipati, come animali. Terribile che accada ancora questo, vuol dire che NON siamo evoluti, che siamo sempre uomini primitivi.

“Cavallo Pazzo”. Un esordio in età matura ed equilibrata. Come ti sei avvicinato a questo lavoro? Con la saggezza di un uomo di carriera o ti sei lasciato all’ingenuità degli istinti di un esordiente puro?
Mi sono lasciato guidare dall’istinto, con le esperienze di un uomo di 53 anni che ha avuto la fortuna e il privilegio di girare tutto il mondo per lavoro. Ho dato molta importanza alla parte letteraria dei testi, gli arrangiamenti li ho affidati ad un professionista, che risponde al nome di Alberto Checcacci. In “Cavallo Pazzo” lui suona tutto, espresso e live: chitarre acustiche ed elettriche, basso, mandolino, batteria… fantastico lavorare con persone così.

E a proposito di belle vedute metto in circolo il video di “Gufo Grazioso”. Direi che basta questo per capire tutto quello che ho sintetizzato prima. In questo salotto, cari amici di Malcom, mancavano storie di “indiani e cowboy”… che, come “dice” il buon Cisco nel suo ultimo disco, è storia di ogni giorno, a prescindere dalle pistole che decidiamo di usare.