Il Salotto di Malcom: i NODe

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IL SALOTTO di MALCOM: i NODe

Era il tempo di Ritorno al Futuro quando Martin entrò in casa di Doc Brown e fece del sano Plug&play con il cono arrogante da due metri e mezzo.
Era poi il tempo di AUTOMAN e del suo cursore. Che dire della grande Odissea Nello Spazio? E i libri di Orwell o il futurismo di Isaac Asimov. E poi facciamo suonare i Daft Punk e poi facciamo suonare del sano pop strumentale e innovativo come fossero i Bluvertigo. Diamo da bere agli invitati del nostro aperitivo industriale in pieno centro e poi mostriamo a tutti il nostro arazzo adorno di luminescenze a Led luminosi di ultima generazione magari con l’impianto di irrigazione comandato da touchscreen a parete. Ma non dimentichiamoci mai i libri di storia, mai dimenticarsi dei Beatles, dei Pink Floyd, mai di Garibaldi ne di Isaac Newton. Che macchina complessa è quella umana. Il suo scibile poi, troppo grande anche per questo salotto. Ne parliamo con LubVic, ne parliamo con i NODeNot Ordinary Dead. E parliamo di questo nuovo disco: “Human Machine”. Antico e moderno. Di pietra e di cemento. Di plastica e di pelle.

Che macchina infernale e infinita è quella dell’uomo?
La macchina umana è il frutto di un continuo lavoro per il raggiungimento di una perfetta imperfezione. Forse il vero senso di tutto questo è che non esiste un senso, ma sarebbe oltremodo noioso se non cercassimo di complicarci tutto. Sull’infinità avrei qualche dubbio, a costo di rovinarvi il finale, vi dirò che la razza umana non avrà un ruolo predominante in tutto ciò che pensiamo, ma noi saremo già morti e sepolti, quindi, di cosa ci preoccupiamo?
Personalmente (Lubvic) ho in progetto di esistere ancora per altri 200 anni, fino a quando non deciderò di trasferirmi come coscienza elettronica nella rete, magari come allegato di qualche social network!

“Soulsucker” vede come protagonista – manco a dirlo – un robot. Ma non vive tra altri robot. Perché? Chi sarà mai quel Robot in Frac?
Esso è un diverso, per molti versi il messaggio che volevamo comunicare è semplice, Soulsucker è un’anima pura, estingue la sua parabola vitale nell’arco di una giornata, senza alcuno scopo preciso se non quello di “andare in giro a cazzeggiare” per dirla alla Kurt Vonnegut.
Soulsucker è una falena che si si brucia con la luce di una candela, un moderno prometeo 2.0.
Forse, è la trasposizione di un recondito desiderio di piacere, svincolato da responsabilità ed impegni sociali o morali, o più semplicemente è un robottino che si aggira per la città in cerca di guai.

Andrea Vinti suona la batteria acustica. Come mai questa decisione?
Abbiamo provato a fargli suonare altro ma non ne era capace, quindi abbiamo ripiegato sulla batteria. A parte gli scherzi… ci siamo accorti che mancava qualcosa alla nostra musica, e quel qualcosa era proprio l’imperfezione umana. (Andrea Vinti è un batterista bravissimo eh ;-) )
Sembra strano a dirsi ma riteniamo che le cose più belle siano spesso generate dagli errori, le singolarità che rendono una cosa unica e noi abbiamo cercato di rendere, a modo suo, unico anche questo disco.

Cosa c’è di storico e di antico in questo disco? Io penso sempre ai Daft Punk e quella “dance” anni ’80 – ‘90
Dunque, se volessimo analizzare le influenze alla base delle composizioni non basterebbe una giornata, in quanto autore delle musiche e dei testi ho sempe desiderato dare sfogo alla mia creatività omaggiando tutto ciò che mi ha formato, partendo dai Beasty Boys, dalla loro irriverenza, ritornando ai padri dell’elettronica, Kraftwerk e lo stesso Stockhausen, senza trascurare parentesi più soft della new wave, il tutto in chiave molto personale. A differenza di quanto si possa pensare, si noascondono, tra le note del disco, numerosi rimandi all’antico ma altrettanti guizzi di modernità, perchè ci piace essere attuali. Abbiamo notato che oggi i nouvi giovani, a differenza di noi, vecchi giovani, tendono ad essere più nostalgici, riemergono mode e tornano tendenze di decenni fa; ci sembra quasi che il nuovo faccia il vecchio ed il vecchio faccia il nuovo …se è chiaro il gioco di parole.

In America che dicono di voi? In Italia ci capiscono qualcosa?
Con i dischi precedenti, con nostra somma meraviglia, abbiamo creato un piccolo fenomeno underground, riuscendo a diffondere più di 30.000 copie dei dischi in nazioni che non ci saremmo mai aspettati, come il Messico, il sud America, i paesi mediorientali… E’ stata una bella soddisfazione, mitigata dalla tiepida accoglienza in patria. In italia la percentuale di interesse è inferiore di svariati ordini di grandezza e questo può essere solo legato alle tradizioni conservatrici del nostro popolo, alla scarsa curiosità che ormai si è diffusa tra i giovani ed alla pochezza di valori che, più di ogni altra nazione, ci pervade.
Se sentite del rancore verso questa nazione non sbagliate, tra l’amore ed il desiderio di essere “capiti” in casa propria si interpone un muro difficile da abbattere.

Luci a Led o lampade a cherosene? Anche tra le vie di una vecchia Londra c’era del futurismo…non trovi?
Si, trovo. Sono totalmente d’accordo, il futurismo, non quello culturale ed artistico ma quello inteso come spirito innovatore, come motore del progresso, è ovunque, è l’energia potenziale di ogni cosa. Dove molti vedono una realtà ovvia tanti altri concepiscono l’incubatrice di un nuovo mondo, di rivoluzioni, di invenzioni pazze e visionarie, di realtà impensabili.
Il sogno è futurista. Per citare il tanto caro duca bianco “I’m torn between the light and dark, where others see their targets, divine symmetry” e se non capite l’inglese, ritorniamo alla domanda precedente!

Il mondo cibernetico, la vostra musica e la vostra storia, sarà mai una storia scritta sui libri?
Non credo proprio, non facciamoci illusioni… già è tanto cercare di creare qualcosa di dignitoso a cui poter guardare in futuro, sapendo di aver lasciato una piccola impronta che qualcuno potrebbe scegliere di seguire o comunque un segno in questo rapido passaggio.
Sarebbe bello riuscire a prendere parte alla stesura di una storia comune, per tutti, ma molte volte le pagine più belle, i capitoli più significativi dei libri più incredibili, non saranno mai lette da nessuno, ma questo non ci scoraggia dallo scriverle.

Dopo questo disco? Che codice state sviluppando?
Sembrerà assurda la cosa che dirò, ma forse stiamo maturando l’idea che la sola musica ci stia stretta. Continueremo a farla, questo è certo, ma sarebbe interessante creare qualcosa che esuli dai confini tracciati per una singola arte. Non è niente di trascendentale o mai tentato, ma ad un certo punto del proprio percorso artistico ci si sente stretti in quello che si fa, senza necessariamente voler intendere che l’abito che abbiamo creato fino ad oggi non ci piaccia, anzi…
Una cosa certa è che il prossimo lavoro sarà ancora diverso dal precedente, e, ci auguriamo, ancora più maturo.

Lampade e Robot, il diverso e l’alieno. Arredamenti preziosi lasciati in questo Salotto. Un saluto da Malcom. Un saluto che torni dal futuro. I NODe.