Il Salotto di Malcom: Edoardo Pasteur

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Ne ho viste e sentite di cose in questo Salotto. Per fortuna che non ho da stipendiare qualcuno che mi aiuti nelle pulizie altrimenti non saprei come giustificare certi reperti. E poi sinceramente la memoria non mi assiste alla grande e per fortuna il magazine di Radio Tweet mi aiuta a fermare nel tempo quello che accade. E oggi la storia è assai strana: Leonard Cohen torna “in vita” nella letteratura musicale di un esordio che sinceramente non so se amare oppure odiare. Di certo la pronuncia inglese non è affatto il pregio di questo disco ma il sound, la scrittura priva di rincorse al bello sfacciato, quel pacato mood che è americano fin dentro le ossa, mi mette assai in crisi. Il trucco sta nel non farsi pescare dalle prime impressioni. Ma questo pensi vali sempre. Edoardo Pasteur pubblica “Dangerous Man”, un cofanetto di inediti che vestono benissimo lo spazio aperto di una lunga strada che ogni tanto sogno di attraversare. Lascia riposare le parole e poi le srotola nel cortile della sua vita. E noi lo facciamo accomodare:

Leggo da più parti il nome di Cohen che sicuramente è parte integrante nella tua interpretazione più che nella tua scrittura. Ma io penso molto più ai Pink Floyd…che mi dici?
Sono completamente d’accordo con te! Credo che l’accostamento della mia musica a quella dei Pink Floyd sia irriverente… ma corretto, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti di alcuni pezzi. E anche le mie liriche hanno probabilmente qualcosa a che fare con la loro legacy. Così come devo pagare un grosso tributo a Bruce Springsteen, il mio eroe di gioventù, grande scrittore, prima ancora che musicista, se leggiamo i suoi testi. Ma certamente il mio modo di cantare – non sono un cantante per formazione, più un autore – può ricordare Leonard Cohen. E mi dicono anche che le liriche di un mio pezzo in particolare, “Child of the storm”, abbia qualcosa a che fare con le atmosfere del suo lavoro.

Nella scena indie italiana, un simile esordio – oggettivamente – come e dove pensi debba inserirsi? Oggi che praticamente no spazio e vita quasi più niente…
Ho iniziato a fare musica per me, come quei pittori che pazientemente dipingono un quadretto sul Tamigi in un tranquillo weekend londinese… Ho delle storie da raccontare, emozioni che ho voluto mettere in musica e mi sono detto, all’inizio, che quel quadretto sarebbe finito appeso su un muro di casa mia. Questa tuttavia era l’idea iniziale, poi una volta portato a termine il lavoro – nel mio caso il mio disco – ho sentito il desiderio che le mie storie e la mia musica fossero ascoltate da più gente possibile. Mi dicono che sia normale…Niente a che fare con gli aspetti economici, ovviamente, so bene che il ruolo di musicista emergente sia piuttosto scomodo oggi, e lungi da me qualsiasi atteggiamento vittimistico nei confronti del mercato cinico e baro… Quindi tendo a vivere la mia avventura musicale con serenità, traggo enorme soddisfazione da quello che faccio e avanti così…

La produzione artistica: chi e cosa ha decretato l’andamento delle cose? Insomma chi ha arredato casa?
Strano a dirsi, ma la mia espressione artistica è stata frutto di un’ispirazione inaspettata, che evidentemente covava sotto la cenere da tanto tempo. Facevo tutt’altro nella vita, ho un’attività professionale di un certo successo e occupavo il mio poco tempo libero correndo le maratone in giro per il mondo, alternando gare e allenamenti. Roba faticosa, che ti riempie la vita. Soddisfazioni! Poi ho dovuto smettere piuttosto improvvisamente per guai fisici, e di norma in questi casi si tende a cadere in depressione, assenza di endorfine eccetera eccetera… Ho avuto circa mezz’ora di autocommiserazione e poi mi sono chiesto cos’altro avrei voluto fare nella vita. Musica! Mi sono messo a scrivere musica, beninteso senza alcuna preparazione specifica, ma ho tante storie da raccontare e la testa dura, ho imparato a suonare la chitarra, male ma quel tanto che bastava per comporre i miei pezzi e dare corpo alle mie composizioni letterarie – ho sempre amato scrivere. Con l’ausilio di un gruppo di valenti musicisti, cui sono riuscito a trasferire le mie suggestioni e le mie idee, eccomi qui…

Non prendertela ma l’inglese che canti non ha una bellissima pronuncia. Ne sei cosciente? Come pensi di affrontare questo macigno che la critica non vedrà l’ora di annientare?
Touchè! Parlo inglese come lo parla un italiano che parla inglese… Probabilmente un inglese che mi ascolta prova quello che proviamo noi sentendo Alberto Sordi che doppia Oliver Hardy… spero con un effetto meno comico! Ahimè, la mia ispirazione mi porta a scrivere in inglese e quella è la mia strada. Pronto a affrontare le critiche (giuste) che mi vengono mosse. Ed è sempre possibile cambiare canale…

Chiudiamo dicendo: ho trovato molta più Irlanda che non psichedelia anni ’70. Eppure ci avrei scommesso fin dalle prime note…come mai?
Sono abbastanza d’accordo. Psichedelia direi di no… Irlanda direi proprio di si. Un’altra mia fonte di ispirazione è Van Morrison, così come lo stesso Bruce Springsteen ha sangue irlandese, e come ancora un altro mio grande eroe, Tom Waits. Credo che le mie ballads possano trovare qualche radice in quella tradizione, che d’altra parte ha regalato grande ispirazione al rock americano cui a mia volta mi ispiro con la mia musica.

Odio e amore. L’ho letto anche altrove. Dischi di questo stampo non lasciano via di fuga alle rivoluzioni personali. Non mi schiero anche se penso di aver capito da che parte ho voglia di andare.