Il Salotto di Malcom: Carlo Martinelli

742

Devo dire la verità: questo disco non mi è piaciuto. Ma questo importa assai poco a tutti…diciamo invece che l’ho trovato assai fedele alla linea di costume, decisamente ispirato (che è forse l’apice dei complimenti che si possa fare ad un’opera)…insomma, una bellissima istantanea di come vanno le nuove scritture italiche di questo millennio in corso. Anche se un po’ strizzando l’occhio alla furbizia mediatica, Carlo Martinellli dirà che dalla scena indie (di cui peraltro è ben attore con i suoi splendidi Luminal) attinge e ascolta poco. Sarà vero…sarà falso…fatto sta che quando mi hanno proposto l’ascolto di questo suo primo lavoro personale dal titolo “Caratteri Mobili” ho rivisto a pieno titolo tutto il bello ed il brutto che gira oggi per la rete della scena underground. In questo salotto invito con piacere un personaggio che ha relegato filosofia e fantasia dietro le note di un diario personale in cui gioca con parole e colori, con “Caratteri Mobili” e psichedeliche ombre di qualcosa che, a guardar bene, alla fine sono solo mille facce della stessa medaglia…la sua. Fumoso, estetico, maleducato. Carlo Martinelli…

Partiamo da un concetto profondo ma non troppo: l’intonazione della voce tu come la giudichi e la gestisci?
Non mi interessa particolarmente essere intonato, sono cresciuto con il punk e con Lucio Battisti. O meglio, mi interessa essere intonato con le emozioni che devo esprimere, ci sono molti modi di essere stonati, e molte note “giuste” che mi suonano più stonate di un intervallo di mezzo semitono suonato all’unisono.

“Caratteri mobili” mi fa pensare molto a qualcosa che cambia forma e significato. La musica di questo disco poi cambia continuamente “forma”. Sto vaneggiando oppure ha un senso logico il punto di vista?
Assolutamente sì, è il racconto di un movimento e di qualcosa che scorre, non so cosa sia e probabilmente da qualche parte là in mezzo ci sono io ma non è troppo importante perché potrebbe esserci chiunque o qualunque cosa, quello che conta è il movimento.

Credo sia impossibile non chiederti: perché Taiwan?
Totalmente a caso, mi serviva qualcosa di lontano e misterioso che suonasse bene. Serviva qualcosa di assurdo e fuori contesto, a volte bisogna andare più lontano di quanto sia logico per riuscire a sopravvivere, o per lo meno provarci.

La scena cosiddetta indie oggi ha suoni e strutture molto ricorrenti. Io penso di averle ritrovate moltissimo in questo tuo lavoro. Sei d’accordo?
Non saprei, non ascolto molto della scena cosiddetta indie, mi annoia abbastanza tutto. Ascolto solo cose enormi anche se piuttosto varie, tipo Beatles, Springsteen, Battisti, Radiohead.

E se qualcuno dicesse che un po’ tutto viene fuori dal grunge di Seattle di qualche decina di anni fa?
Sarebbe un’idea interessante, però tutto viene da tutto, il grunge viene dal rock anni 70′ che viene dal blues che viene da un tizio nei campi di cotone che viene da un altro tizio con un tamburo che viene dal mare che sbatte sugli scogli. Non ha troppa importanza il mezzo, ognuno si sceglie quello che preferisce, è più importante l’urgenza espressiva e di quella sicuramente alcune cose di quella scena ne avevano molta, anche se poi del grunge a parte i Nirvana (che mi pare riduttivo definire grunge) non ho ascoltato a fondo nulla.

Bene diamoci un appuntamento per la seconda puntata del mediometraggio che sta nascendo: dopo “Un banale fatto di cronaca” cosa esce e quando?
“Nella bocca del leone”, presto.

Gira e rigira questo disco e di questo disco prendo spuntature di ferro per farne armi contro i miei fantasmi…e prendo dolci sapori di miele per uno spuntino durante i miei momenti privati. Le porte del mio salotto sono sempre aperte quando c’è musica caduta giù dalle vene…che mi piaccia o no!!!