Il Salotto di Malcom: ANTHONY VALENTINO

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Cari amici di Malcom. Direi che un simile artista, con un simile disco sia la manifestazione primigenia del senso di questa nostra rubrica. Il grande ROCK classico che non sentivo da tempo, quello dalle ampie sfumature post-atomiche, post-industriali, nere di epiche rivoluzioni, centauri di moto e venature progressive di pelle. E poi l’inglese, che se anche un poco ingenuo come siamo soliti fare noi italiani, ci casca a fagiolo come il cacio sui maccheroni. E il tutto permeato dall’amore, inseguito, dannato, disperato, a trame pop come ci insegnano gli Aerosmith o i RS… metto su della birra come si deve, accendo le candele che fa molto scenario medievale e lucido la mia Harley pensando che tutto intorno ci sia la notte di questa città. Il suono di Anthony Valentino forse è fin troppo composto ed educato ma sinceramente non è questo quel che arriva al cuore. C’è tantissimo gusto e rispetto per i classici per quanto, “Walking on Tomorrow” sia un esordio discografico figlio di questi tempi digitali. Occhio: non c’è l’elettronica che pensate. Benvenuto ad un chitarrista elettrico, ad un producer, ad un autore rock come da tempo non ne vedevo… maledetta scena indie omologata…

Ti prego lasciamo partire con una domanda pungente ma spiritosa. Un disco d’esordio che dal suono alla grafica punta di prepotenza in una direzione di grandissimo rock internazionale. Nell’era dell’apparire tutti cercano di curare l’estetica pubblica sotto tutti i profili. Non hai mai pensato quindi di sceglierti un nome d’arte che sia più rock del tuo nome reale, che personalmente mi figura uno scenario più orchestrale, più “pop”? E non penso che la domanda, divertente o meno, sia banale… anzi…

Sai non ho mai pensato a quanto il nome potesse richiamare uno specifico genere musicale. “Walking On Tomorrow” è un album autobiografico che parla di me e nel quale ho racchiuso le mie emozioni, i miei sogni e le mie speranze. Essendo quindi un’opera così intima era fondamentale per me che fosse sincera; questo è il motivo per il quale nei miei testi affronto molti temi senza paura di rivelare ciò che provo, anzi era proprio il portare alla luce tutti i miei stati d’animo che mi ha spinto a comporre e scrivere questo album. La scelta di identificarmi con il mio nome (Anthony) fa sempre parte del richiamo a ciò che sono. 

Il mio nome è Antonio ma, sin da piccolo, mio padre e, poi con il passare del tempo, anche la maggior parte dei miei amici mi hanno sempre chiamato Anthony o Tony. Quindi per me chiamarmi così è stata la scelta più spontanea e naturale che potessi fare; senza pensare all’identificazione in un genere musicale. 

Per come lo intendo io, il Rock deve sempre essere sincero, per questo il mio disco ha mantenuto onestà anche nell’identificazione del mio nome. Il rendere inglese il mio nome di battesimo arriva da una storia reale alla quale sono e sarò sempre legato. 

Che poi, restando sul tema: vivi la musica che suoni? Io penso che il rock sia anche un certo modo di vivere il rock… dal modo di vestirsi al modo di muovere il proprio corpo… non credi?

Assolutamente si. Il mio modo di fare Rock si basa su quelle che sono le mie reali esperienze, sogni e desideri. Il mondo raccontato dal mio punto di vista, che può essere giusto o sbagliato, ma è l’esatta esternazione di ciò che provo quello che metto in musica. Se non ho nulla da raccontare, non scrivo e non compongo; al contrario, ecco che nasce in me l’urgenza di farlo. Quindi vivo assolutamente ciò che suono. 

Per quanto riguarda il modo di vestire, non saprei. Se parliamo di Rock, l’evoluzione nel modo di vestirsi è sempre stata in continuo cambiamento; penso alla moda degli anni settanta che è completamente differente rispetto allo stile glam degli anni ottanta; ma non solo, sempre negli anni ottanta c’era una enorme diversità di look tra le varie band, evolutasi ancora negli anni novanta. Insomma, direi che la moda Rock è talmente variopinta e differente che diventa abbastanza difficile identificarla, ed è bello che sia così. 

Per quanto riguarda il modo di muoversi, uno dei posti in cui mi sono sempre sentito di più a mio agio è il palco; lì non ho mai pensato a movenze particolari o ad una presenza scenica pre impostata, mi sono sempre lasciato andare nella libertà totale di gestire quel momento in base al mio stato d’animo. Quando suono è un po’ come se fossi in un mondo che è solo mio. 

Parliamo del suono. Amplificatori, valvole, grandi soli… si torna agli anni ’90 almeno… perché?

In realtà non credo che questa caratteristiche siano mai scomparse, anzi, il mondo musicale ha sempre avuto al suo interno il Rock suonato in questo modo. Ci sono grandi band americane, ad esempio, che purtroppo in Italia arrivano con grande difficoltà, che mantengono l’identità sonora tipica del Rock che è stato grande negli anni settanta, ottanta e novanta; io da musicista Rock ho sempre identificato il mio suono ed il mio modo di comporre con queste caratteristiche. Anzi, alcune grandi testate valvolari del passato sono assolutamente tornate in gran voga da una decina di anni a questa parte, mi riferisco alle monocanali e siamo nel pieno del concetto “valvolare”; stessa cosa per quanto riguarda i soli di chitarra, anche gli ascolti più moderni che faccio in ambito Metal e Rock sono farciti di chitarra solistica. 

Elettronica? Questo pellegrinaggio nel futuro di domani, prevede di suo una fortissima impalcatura elettronica. E invece il tuo primo disco la rifiuta quasi…

È vero c’è pochissima elettronica in “Walking On Tomorrow”, i pochi elementi inseriti sono gli unici che conosco e con i quali mi interfaccio bene; mi riferisco ad alcuni suoni synth. C’è tutto un mondo elettronico, molto probabilmente infinito, che però io non conosco e, quindi, mi sembrava abbastanza innaturale e poco genuino andare ad inserire elementi per me ignoti. 

Eppure questo video di lancio è assai italiano… non trovi? Quindi “Walking on Tomorrow” non è solo un disco “Americano”… vero?

È stato realizzato da Italiani quindi probabilmente sono venute fuori le nostre origini. “Walking On Tomorrow” non mira ad essere un disco solo “americano” anche perché in diversi brani parlo del mio Paese. Le caratteristiche sonore sono certamente di stampo americano e così anche la scelta dell’inglese, è stata quella più ovvia, poiché se si parla di Hard Rock, Metal e Rock&Roll è lì che hanno origini le mie influenze musicali. 

Dalla rete, santa e onnipresente, prendo il video ufficiale di uno dei singoli portanti di questo primo disco di Anthony Valentino: “My Light Found in the Rain”. Forse si, devo ammetterlo: un video fin troppo pop per un disco fin troppo americano. Però che vogliamo farci. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è tantissimo, credetemi, che si torni a citare con tale forza un periodo storico che ha segnato rivoluzioni e generazioni…