Il gruppo palindromo: I topi non avevano nipoti

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Scritto da : Stefano Gambirasi

Prendete 4 ragazzi romani cresciuti negli anni ’90, un paio di chitarre, un basso, una batteria e mescolate bene; aggiungete un pizzico di disagio esistenziale (non troppo, la lucidità non manca di certo!) e servite vicino a (molta) birra ghiacciata: bravi, state per avere un assaggio del primo, omonimo, album de “I topi non avevano nipoti”. Sì, il nome sembra un tantino infantile ma, se vi fermate a pensare un momento, è emblematico del tentativo – giudicherete ascoltandoli se riuscito – di avere uno sguardo sul mondo non limitato all’angolo standard di osservazione.

Le sonorità sono semplici e molto orecchiabili, scelta che sicuramente aiuta a dare più forza ai testi, attraverso i quali i ragazzi cercano di trasmetterci le loro emozioni, i loro pensieri in questa età di passaggio, di scelte e, a volte, rinunce (non sottovalutate però le doti tecniche dei quattro: scorrete alla traccia cinque, “Sipario”, per ascoltarne un interessantissima prova).

L’album, undici brani in stile pop-rock, apre con il singolo “Le cavie” – uscito in EP nel 2013 sotto la produzione di Antonio Filippelli – un pezzo breve e veloce, sicuramente tra i più potenti e “punk” del disco. Sembra quasi, dal brano d’apertura – una sorta di manifesto “anti conformista”, con il ritornello “io non lavoro, io non funziono”, messo lì a tirare le orecchie alla smania di efficienza che caratterizza oggi la quasi totalità delle attività umane – che l’intenzione dei quattro “Topi” sia dichiarare guerra alla società, in un attacco agli stereotipi ed alla standardizzazione dei modi e degli obiettivi in generale.

topi

In realtà il disco è molto più intimo ed introspettivo, ed in questo si nota la maturazione avvenuta tra l’uscita del primo EP e la stesura del resto dell’album. Quello che ci vuole raccontare il quartetto romano è come si sente questa generazione (alla soglia degli “enta”), o almeno parte di essa, di come vive il passaggio dalla giovinezza all’età adulta quando tutto sembra indirizzato su binari che portano a nulla, in un contesto in cui una scelta “diversa” rischia d’essere stigmatizzata prima ancora di essere ascoltata e compresa. L’album prosegue con la parentesi nostalgica di “Quartiere” (primo singolo estratto), in cui i ragazzi ricordano le domeniche passate a giocare sotto casa.

Finito il momento amarcord riprende la pacata invettiva contro gli atteggiamenti e le abitudini colpevoli dell’appiattimento intellettivo in voga attorno ai trenta: in “Il mondo, le radiazioni, l’inquinamento” è il turno del costante bisogno di trovare giustificazioni esterne ai propri fallimenti; in “Non mi diverto più” tocca invece alle solite situazioni, le solite persone, i soliti locali, che improvvisamente iniziano a non bastare più, ad essere noiosi e a non trasmettere più alcuno stimolo. L’album prosegue poi con “6 P.M.”, simbolo della routine ed emblema del confine temporale ed esistenziale tra lavoro e vita privata; in “Sesso”, racconto di un’occasionale incontro passionale, l’attacco è rivolto contro i pregiudizi e le aspettative create dai media attorno ai generi e il sesso.

In “Tutta questa fretta” e “Istantanea” i quattro sembrano trovare una soluzione agli affanni della vita: non guardarsi (troppo) indietro e godersi il presente costruendo un futuro che, attenzione però, sta tutto racchiuso nell’interrogativo che chiude il loro: “e che succede se tutto cambia ed io resto uguale, forse è più semplice far finta d’invecchiare?”.

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