Gli Hikobusha hanno il dono dell’Obliquità

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In occasione dell’uscita di Disordini, nuovo album degli Hikobusha, abbiamo deciso di fare qualche domanda alla band.

Intervista a cura di Angela Mingoni

 

Buongiorno ragazzi e benvenuti!

Dal 2005 Davide Gammon e Paolo Zangara si celano dietro al progetto Hikobusha.
Ci volete spiegare come due strade parallele arrivino ad incrociarsi?

Gammon: Ci siamo conosciuti in un locale storico del Legnanese, il Circolone.
Paolo era sul palco con i Capoverso, un gruppo che oggi avrebbe ancora molte cose da dire, per come me lo ricordo. Anzi, vi consiglio di cercare qualche reperto in rete: non ne rimarrete delusi, se siete alla ricerca di qualcosa di “diverso”… All’epoca Fabrizio Fogagnolo, primo bassista di Hikobusha, stava iniziando a farsi un nome nell’ambito del jazz; da lì a qualche anno ha fondato i Koinè Trio (altra chicca, tuttora splendente, nel panorama musicale nostrano… cercateli!). Ho pensato quindi di proporre a Paolo di entrare nel gruppo in sostituzione di Fabrizio e… il resto è storia. Hikobusha ha iniziato proprio da lì a configurarsi come un progetto aperto a collaborazioni e influenze multiformi.

 

Entrambi provenite da esperienze musicali fortissime ed internazionali. L’idea di creare un vostro progetto, una cosa completamente ed interamente vostra, riflette il bisogno di esprimere una sorta di “ribellione”? Un desiderio di esporvi in prima persona?
Che siate aperti alla collaborazione ed al lavoro di gruppo è evidente, ma con il progetto Hikobusha affermate appieno la vostra identità o sentite che vi manca ancora qualcosa per essere pienamente appagati?

Riprendendo le parole di Paolo, potrei affermare che Hikobusha è un “progetto a perdere”.
Perdere la paura, perdere l’egocentrismo e l’ossessione di fare arte per tornaconto o interesse, perdere i riferimenti tradizionali e le posizioni rassicuranti. Qualche volta, persino perdere tempo e sonno, quando ti ritrovi nel cuore della notte a incastrare accordi analogici e campionamenti digitali. In questo senso, ci piace pensare di stare portando avanti la nostra piccola rivoluzione e ribellione ai canoni della cosiddetta “musica leggera italiana”. Siamo ovviamente ben lontani dal sentirci appagati in questo senso… fortunatamente. Ogni giorno ti svegli e ti senti diverso da ieri: cerchiamo solo di inseguire le nostre sensazioni e il bisogno di confrontarci tra noi e con gli altri. E’ una ricerca continua e imprevedibile. In questo momento, infatti, stiamo riarrangiando buona parte del repertorio per mettere in scena un set alternativo e minimale del nostro live: un concerto che ci piacerebbe definire elettronico/acustico. Non vediamo l’ora di proporvelo…

 

Dal 2008 si aggiungono al progetto Stefano Maurizio e Antonio Colombini; Stefano alla chitarra elettrica ed Antonio alla batteria.
Quest’ultimo predilige l’uso della synth-drum alla Joy Division.
Nel 2013 si aggiunge anche il polistrumentista Gianmario Ferrario.
Con tutta questa fertilità di pensieri e visioni musicali, riuscireste a dare una definizione di voi stessi come gruppo? Cioè, dove volete arrivare? C’è una meta finale o il destino è quello di sperimentare e ricercare in continuazione senza sosta?

Hikobusha si muove da sempre su coordinate indefinite e volubili tra rock, canzone d’autore, elettronica e new wave. Nel corso del viaggio, io e Paolo abbiamo sempre cercato collaboratori e compagni che apprezzassero il desiderio di far convivere sonorità e ispirazioni apparentemente lontane tra loro, senza conoscere a priori il risultato. Penso che questa possa essere definita come l’identità del progetto, a prescindere dai volti, dalle teste e dalle mani che gli hanno dato forma sino ad ora. Una delle caratteristiche di Hikobusha è di certo la sua “dis-continuità”, un aspetto che viene tanto apprezzato dai suoi fans quanto criticato da coloro che odiano il dis-orientamento e tutto ciò che sfugge ad una precisa etichetta. Ormai ce ne siamo fatti una ragione… al punto da arrivare a stampare questo disordine programmatico sulla copertina dell’ultimo disco. Per noi la complessità è sinonimo di ricchezza. Tanto per dire, la multi-culturalità si fonda proprio su questo presupposto. Presidiare con le armi o con la carta bollata i confini della musica e degli Stati è una strategia molto discutibile, al giorno d’oggi.

 

In Disordini, vostro nuovo album, si fondono ispirazioni artistiche che non fanno parte solo del mondo musicale.
Come riuscite a far confluire spezzoni di pellicole italiane d’antan a brani estrapolati da interviste a
Italo Calvino, a loro volta sovrapposti ai versi del poeta statunitense Gil Scott Heron e restare in definitiva fortemente credibili?
Come riuscite a non cadere in contraddizione? Come si fondono le influenze culturali? Dove sta la logica?

Le nostre canzoni parlano di noi, esseri umani permeati e talvolta sovraccaricati di informazioni e connessioni. Ci attirava l’idea di unire il presente della musica elettronica col passato di citazioni e immagini del nostro immaginario artistico e sociale, di esprimere emozioni e concetti simili in modi molto diversi. Da dove arriva la cosiddetta “cultura” di una persona? Da quello che ha imparato a scuola? Dagli insegnamenti della famiglia? Dai filosofi? Dalle riviste sfogliate dal parrucchiere? Guardiamo con sospetto all’idea che esistano fonti più accreditate di conoscenza e altre meno “nobili”, soprattutto al giorno d’oggi, quando tracciare un netto confine tra la verità e un post di un blog più o meno affidabile sembra davvero difficile (o quantomeno faticoso). Che logica c’è in questo? Non sapremmo dirlo. Preferiamo fotografare quello che vediamo (senza pretendere che sia per tutti “buono e giusto”…) e invitare gli ascoltatori a tenere le orecchie e il cuore aperti.
Il disordine può essere molto interessante, se riesci a contemplarlo senza fartene inghiottire.

 

In cosa consiste il dono dell’Obliquità?

L’idea per questo testo mi è venuta dopo un colloquio con una utente, nel contesto dello sportello di assistenza che gestisco da alcuni anni presso il Comune in cui conduco il mio “primo” lavoro.
Questa donna, poco e male istruita, mi regala spesso alcune involontarie “perle” di sconsolante inadeguatezza linguistica… Alcune di esse diventano oggetto di aneddoti e ciniche spiritosaggini con i colleghi, davanti alla macchinetta del caffè. Talvolta noi professionisti della relazione di aiuto dobbiamo ironizzare sulla sfortuna altrui, per difenderci dal dolore e dall’infinita compassione che essa suscita: un po’ come i portantini dell’ambulanza che esegue l’odiato turno di notte.
Ebbene, in quell’occasione ella sentiva di doversi giustificare dal pregiudizio che, durante il nostro colloquio, io stessi implicitamente giudicando insufficiente il suo stile di accudimento dei tre figli, spesso dimenticati all’uscita da scuola o abbandonati all’oratorio per tutto il pomeriggio.
“Senta dottore, io devo andare a fare la spesa, lavorare, … mica c’ho il dono dell’obliquità !”
Che meraviglioso neologismo!
Non si può evitare di farci una canzone sopra… un omaggio a questa acrobatica posizione esistenziale. E’ una vita che anch’io mi arrabatto a cercare traiettorie oblique, trasversali, per tenere assieme tutte le facce del dado, per cucire e cucinare una pietanza che piaccia a me e a chi mi sta intorno.

 

 

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