Francobeat Racconta “Radici”

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Intervista di Guido de Beden

radici

Abbiamo avuto la fortuna di intervistare Francobeat per il suo nuovo lavoro Radici ma vediamo l’intervista e cosa ci ha risposto:

 

Il tuo album è molto particolare e i testi sono scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le Radici” di San Savino (Riccione). Una scelta molto interessante perché in pochi riescono a comprendere quanto hanno da dare persone spesso preda di stigma e pregiudizi tipici della nostra non cultura. Ma veniamo al tuo approccio con loro, come ti sei approcciato e come hai proposto a loro il tuo album oltre che con la semplicità?

Ciao Guido! Veramente sono stati LORO a proporsi a me!
Come ho raccontato nelle note introduttive al CD è successo tutto grazie ad un incontro fortuito. Io stavo portando in giro il mio lavoro precedente che aveva come perno “Grammatica della fantasia” ed altre opere di Gianni Rodari. Definisco il mio genere “pop da biblioteca” perché i miei dischi sono sempre ispirati ad un libro o ad un autore che mi colpisce o che mi mette curiosità (l’altro disco era su “Mondo beat”, un libriccino edito da Stampa Alternativa che racconta la storia della beat generation italiana). In pratica finisce che ai concerti io parli molto, non tanto per spiegare le cose, ma per contestualizzare ciò che le canzoni raccontano, e per dire la mia su quello che ho scoperto e pensato durante il cammino delle lavorazioni dei miei dischi. Sta di fatto che questo modo è forse un po’ fuori dagli schemi del concerto rock-pop e il luogo in cui feci questo fatidico incontro era altrettanto fuori dagli schemi di sala da concerto.
A Santarcangelo di Romagna c’è un amico che organizza dei secret show in una ex bottega di un fabbro, e si fa aiutare da amici. Una di queste, Elisa Zerbini che dirà la sua in questa intervista, a fine concerto mi fa: “Tu sei abbastanza fuori per fare qualcosa con noi”. Mi racconta che lavora coi matti, e che vorrebbero fare un CD di canzoni con i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali in cui lavora.
Io non batto ciglio e le dico che si può fare tranquillamente, ancor prima di aver letto niente.
Quando ci siamo scambiati le prime mail ho capito che si sarebbe potuto fare qualcosa di nuovo.
Per prima cosa ho coinvolto gli operatori, gli ho passato la “Grammatica” e Rodari ed invitato loro a lasciar andare i matti nella scrittura, senza dare temi o schemi.
Già i primi scritti avevano, nelle parti libere, degli spunti estremamente poetici. Il gioco con cui si è andato avanti è stato entusiasmante.
Io sono stato subito molto prudente, il disagio queste persone lo hanno davvero, e per quanto sedate non sai mai cosa possa accadere quando ti presenti con la chitarra in mano, o quando provi a registrare e manipolare il suono delle loro voci.
Sono andato spesso a trovarli. Mi hanno riconosciuto come uno che andava lì a dargli una specie di botta di vita. Ho chiacchierato con i più “attivi”, provato ad interagire con quelli più “difficili”, trattandoli come tratterei chiunque quando lo conosci poco. Con rispetto, ad orecchie aperte e curiosità. Alla fine quando arrivavo si alzavano dal loro divano dove lasciavano correre il tempo vuoto, mi venivano incontro con sorrisi chiedendomi se avevo la chitarra, se avremmo cantato. Una bella sensazione.

 

Come è avvenuta la costruzione di ogni singolo e precisamente i testi e le musiche come li hai adattati, arrangiati, scelte tue o scelte condivise con gli autori dei testi?

All’inizio ho voluto il loro benestare. I primi brani erano stati pensati per essere suonati da me e cantati tutti insieme, il più possibile. Non tutti erano in grado di farlo, ma ci si sono buttati comunque. L’obiettivo era “dimostrare” che ci si sarebbe potuto esibire insieme alla festa che organizzavano tutti gli anni nel giardino antistante la residenza. In quella occasione c’erano anche i parenti in visita, e la situazione era molto delicata. I primi brani erano particolarmente semplici, e “pop”, e non era scontato che riuscissi a catturarli con le mie note e le melodie che avevo dato alle loro parole. Eppure alla fine erano lì alcuni di loro, col microfono in mano, impegnatissimi, con a memoria molte delle parti che componevano quelle prime canzoni. Io quel giorno avevo 38 di febbre, e sono andato lo stesso che non volevo certo deluderli. Uno di loro, a fianco a me, mi ha dato un paio di gomitate quando sbagliavo i testi!
Il modo in cui ho scritto i brani è stato per me rivoluzionario. Io suono male la chitarra, e la uso solo per accompagnarmi senza grandi pretese. Il formato “chitarra da spiaggia” con accordi semplici e belli aperti ha semplificato sia il modo in cui son venute fuori le melodie, sia il modo con cui potevo giocare nell’adattare i loro testi.
Io non ho toccato neanche una parola, ho solo ripetuto le frasi che definisco “luminose”, a mò di ritornelli, anzi direi più di mantra.
Ogni volta che buttavo giù un’idea la mandavo per farla ascoltare, ancora prima di finire gli arrangiamenti, e aspettavo sempre una specie di OK da loro.
Fortunatamente piacevano sempre!
Una volta messi insieme tutti gli embrioni dei brani, che in qualche caso son poi finite direttamente nel disco, ho voluto condividere con amici musicisti questa esperienza. La cosa divertente è stata che in tutti i casi chiunque ha lavorato sui loro testi si è dovuto arrendere all’istinto, alla prima cosa che ne veniva fuori, come la migliore. Le metriche sghembe, l’assenza di ritornelli, le immagini talvolta assurde, talvolta acutissime e lucide hanno letteralmente guidato il flusso di note di chi è stato chiamato a trovarle. Qualcuno ha definito il mio ruolo come “regista” di tutto questo. E forse è vero. Bastava solo cogliere l’attimo e il pezzo era pronto.

 

Quanto ti ha arricchito questa esperienza e quante volte la rifaresti?

Questo progetto mi ha fatto far pace con una forma canzone più spontanea e con meno orpelli da musicista. Tante volte chi scrive si obbliga a fare le cose in maniera strana, o a cercare soluzioni sia di testo che di melodie e suono che possano attirare l’attenzione o spiccare per originalità.
Io ho trovato l’originalità nell’inseguire questi testi, che di per sé sono chiaramente fuori dagli schemi. Ci sono canzoni dove gli accordi sono 4, ma girano continuamente in modo diverso, e il motivo non è dato dal fatto di voler dimostrare quanto si è bravi a far le cose semplici, ma principalmente per star dietro ai versi che non sono regolari mai, e che non hanno sempre una logica. A volte è proprio la musica ad aiutare la comprensibilità di ciò che i testi vogliono trasmettere, anche in termini emotivi. Oppure sono i testi che hanno aiutato a sviluppare la musica?
Potrei non avere certezze in merito!
Sul rifarlo non saprei che dire. Mi piacerebbe che lo facesse qualcun altro in giro per l’Italia, cercando di non fare cose trite e ritrite musicalmente parlando. A me è piaciuto e ha divertito fare pezzi dal vago sapore new-wave, fino alla dance e alle ballatone un po’ anni ’90 come ho fatto. Ho giocato, e il gioco è l’essenza di tutta la sfera creativa. Poi devo dire che quando sei soddisfatto di un disco, cosa per me rara, fare il “sequel” è sempre pericoloso. Confido in altri incontri casuali nel cammino.

 

Andiamo fuori dagli schemi con una domanda un po’ pazza, parliamo di stigma, pregiudizio, legge 180 e OPG, cosa sai e cosa ne pensi al riguardo?

A dire il vero ne so poco, a questo riguardo chiedo l’intervento della succitata Elisa Zerbini, tanto per sentire anche l’altra campana.

Elisa:
“Per prima cosa ringrazio Franco per la citazione e voi di Radio Tweet Italia, per l’ interessamento.
Capite sicuramente la difficoltà che può celarsi dietro un progetto del genere. Vuoi sapere cosa è stato piu complesso? Far capire loro che potevano fare qualcosa di bello e prima ancora:
1) far capire che potevano Fare,
2) che potevano fare qualcosa di qualità.
E’ vero che la 180 ha rivoluzionato il pensiero sulla psichiatria, che ha accorciato le distanze, ma di passi da fare ce ne sono ancora tanti, sono ancora tanti gli sguardi particolari verso di noi.
Effettivamente non capita tutti i giorni di vedere i”matti”, anch’io non nascondo che ero spaventata all’ inizio; e come diavolo ci si relaziona con chi non parla la mia lingua?
Poi ho capito che il problema non è tanto se le mie ossa sono ossa e quelle di E.(uno degli ospiti di cui non rivelo il nome ma solo l’iniziale) sono tubi blu, sempre di impalcature si parla.

Prima della legge 180 non c’era nessun tipo di ascolto e nessun tentativo di capire la “lingua dei matti”, nulla di più sbagliato.
Le catene e le inferriate alla finestra ci sono, solo che non si vedono. Prova a pensare alle parole; dopo anni e anni si passa da “psichiatria” a “salute mentale”, fa un altro effetto vero?
Adesso sembra che ci si possa salvare, la salute si ha ma si può raggiungere anche senza normalizzare valorizzando la differenza fra i “matti” e i “normali”.
Riguardo all’ OPG invece forse siamo ancora indietro ,OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARO, non sa di possibilità, dopo la criticata legge del 2012 sui cambiamenti della 180, stanno nascendo nuovi modi di pensare la riabilitazione e l’ integrazione, addirittura prendendo concetti dall’antipsichiatria cercando un passaggio in cui il malato non è più tale, si inizia a dar valore alla considerazione che il malato ha di sè, che è una persona con caratteristiche che imparerà a gestire, si inizia a parlare di recovery, di soggettività e di “IO sono la cura”.
Questo progetto s’ infila in questa corrente, non abbiamo fatto cose straordinarie, abbiamo fatto quello che sapevamo fare, ma ha stupito perché per la prima volta ci ha permesso di credere che potevamo fare cose che potevano uscire dalla struttura, che possiamo stare bene in mezzo al mondo perché siamo parte del mondo.”

Franco:
“Quello che so è che la follia non va ghettizzata, va osservata e rispettata, e ci vuole tempo e fatica, e in questo senso la legge Basaglia ha tracciato un solco importante. Siamo ormai lontani dai manicomi ma in qualsiasi clinica chi non ha voglia di farsi troppe domande o non vuole troppo coinvolgimento coi pazienti tende a stordirli pesantemente con psicofarmaci e piuttosto pesanti.
Di fatto sono stato coinvolto in questo progetto proprio perché chi ci lavora non la pensa così. Non va sottovalutato ciò che una mente annebbiata può fare, ma ci vuole molto coraggio, e credo molta preparazione da parte degli operatori, per avere un rapporto quotidiano con la follia.
Io ho fatto l’obiettore di coscienza, e ricordo che all’epoca si facevano tre mesi di addestramento come i militari. Capitai in una struttura dove c’erano proprio dei matti. Se ti dico che mi facevano fare i cocktail (fra gocce e pasticche) di psicofarmaci con tanto di librone e scheda di ogni paziente capisci cosa avevo nelle mani. A 19 anni dosavo Lorazepam, Aloperidolo, e pasticche di ogni tipo, e c’era gente che prendeva dei mix davvero corposi.
In realtà anche in quel luogo chi lo dirigeva era illuminato. C’erano strumenti musicali disponibili a tutti, e al sabato si suonava sempre coi matti.
Quando sei esterno è difficile capire. A me hanno raccontato di bocche cucite con lo spago, di tresche amorose per eliminare il terzo incomodo, di coltelli rubati in cucina per far fuori qualcuno.
E’ un argomento molto delicato, tutto sta nella sensibilità e, come dici, nelle relazioni che si riescono a stabilire.
Potrei aggiungere che gli interventi vocali dei matti delle “Radici” sono tutti spontanei. Per un brano (Che cambino le cose) avevo azzardato che cercassero delle parole belle, qualcosa che li facesse star bene. Quando ho sentito le registrazioni la loro reazione è stata diversa dal solito. Erano più rigidi proprio perché dovevano codificare e dare una specie di risultato ad un problema posto. In mezzo si apre il cielo con un “a me piace andare dalla parrucchiera”…e da lì tutti dietro. Per arrivare a far dire qualcosa un po’ a tutti c’è chi si è arrabbiato davvero, e sentirlo mi ha fatto quasi sentire un po’ in colpa. Ma è così. Un attimo dopo gli urlacci si sente quel matto che dice che gli piace fumare, ed ascoltare musica. Basta avere la chiave… “

 

Trovo molto bello quello che hai fatto perché dimostra che “impazzire si può” (cit.), e i testi delle canzoni spesso trasmettono molto il sofferto, i sogni e le idee di chi sta ingiustamente dall’altra parte del cancello, posso dire che l’album è meraviglioso, a me personalmente ha colpito molto il singolo pillole. Quanto pensi possa influire un album come questo sul lavoro degli specialisti del settore?

Ti ringrazio molto, io mi sono sentito molto fortunato ad aver avuto la possibilità di lavorare con gli ospiti delle “Radici”.
Pillole è stato l’unico pezzo che mi hanno lascito con un ritornello. Evidentemente ogni psicofarmaco citato doveva ribadire il concetto, e così è rimasto nella canzone.
In tutta sincerità non so quanto possa incidere un “semplice” disco su un settore così vasto come il trattamento della disabilità psichica. Sono contento che non si siano fatti sconti, anche se ammetto che certi testi davvero dolorosi non mi son sentito di musicarli, volevo che fosse equilibrato, senza far pendere troppo la bilancia dalla parte scura di quello che mi è arrivato in due anni di elaborazione di testi da parte loro.
Ho avuto modo di stare a contatto con questi operatori e con la struttura che li ospita. Hanno cofinanziato il progetto credendoci sul serio, e credo che nel lavoro di squadra il fatto che i pazienti sapessero dove andavano a finire i loro scritti li abbia motivati a raccontare quello che hanno raccontato. Quando dicono “il manicomio diventa una barzelletta, e tutti parlano a strofetta” capisci che ne è valsa la pena, che stanno giocando con te.
Il trattamento della follia non è un gioco ma giocare aiuta sempre e fa star bene chiunque.

 

Ringraziamo Francobeat per l’intervista che comunque è un po’ fuori dagli schemi rispetto alle soliti interviste. L’album ha sonorità davvero interessanti, elettronica, new wave si mescolano con gli attori principali di questo disco e lo rendono leggero, divertente, strutturato.

 

Le canzoni sanno far vibrare l’anima e riescono a trasmettere le idee strampalate dei residenti ospiti nella residenza “le Radici” che non sono per niente diverse dalle idee che può avere chiunque. La ricerca di libertà e la coscienza di ghettizazione si tasta in alcune tracce ma nello stesso tempo è alleggerita dagli stessi interpreti.

Tutti i testi sono stati scritti dagli ospiti della residenza  “Le Radici” di San Savino (Riccione), le musiche sono di Francobeat.

Questo capolavoro è assolutamente da avere nella propria collezione e nel proprio lettore mp3.

Questo è solo l’inizio della destrutturazione di un sistema che purtroppo ha ancora molti passi da fare in quasi tutta Italia, ma sopratutto nel mondo.

Il disco è prodotto da Brutture Moderne / Audioglobe

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Ufficio stampa: Sfera Cubica