Tra filosofia e musica; intervista ai Plato’s Cave

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E’ uscito ufficialmente il 5 febbraio su etichetta MAP/VideoMapNetwork, il nuovo disco dei Plato’s Cave dal titolo Servo/Padrone.

Vista l’occasione abbiamo fatto qualche domanda ad Alessandro, frontman della band.

Intervista a cura di Angela Mingoni

 

Cominciamo subito con la domanda a bruciapelo; chi di voi ha studiato Platone ed è rimasto folgorato dal mito della caverna? Vogliamo i nomi!

Salve!
Io (Alessandro) e Francesco Carbone siamo i colpevoli in primo grado, ma tutto il gruppo si muove partendo dal principio primo che scaturisce dal mito del filosofo ateniese, ovvero guardare con occhio critico ciò che ci circonda. Ovviamente senza risparmiare niente e nessuno, per primi noi stessi. Platone fornisce il principio del movimento, ma il cammino è lungo.

Il song writing di Servo/Padrone, che è il vostro nuovo album, è iniziato nel 2011. Da allora ad oggi sono passati praticamente quattro anni.
Cos’è successo in questo lasso di tempo decisamente prolungato?

Più che prolungato definirei questo lasso di tempo necessario. Mi spiego. In questo periodo è successo quello che doveva succedere, abbiamo dato sfogo alla normalità delle cose, non forzando niente, lasciando scorrere i pensieri, le riflessioni, suonando, provando e riprovando ciò che, piano piano, ha preso forma, ovvero “Servo/Padrone”.

Se poteste descrivere brevemente la vostra carriera artistica,cosa raccontereste ai nostri lettori?

Il progetto Plato’s Cave prende vita nel 2009, e dopo alcuni cambi di formazione siamo giunti alla line-up attuale. Abbiamo avuto da sempre una predilizione per la composizione di pezzi inediti, passando la maggior parte del tempo nella nostra Caverna a scambiarci le idee e a suonare i concetti di quello che poi mettiamo nei nostri pezzi. Ovviamente non disdegniamo l’attività live, anzi, non vediamo l’ora di far conoscere “Servo/Padrone” a tutta la gente che ne ha voglia!

Vorrei soffermarmi ulteriormente sul vostro album.

Allora, abbiamo detto dualismo “Servo/Padrone”. A prescindere dal fatto che mi ricorda “vagamente” la fenomenologia dello spirito di Hegel (ecco che la filosofia ritorna) mi piacerebbe che foste voi a descrivere la vostra creatura. O meglio, qual è il leitmotiv del disco?

In sostanza il leitmotiv del disco può essere considerato l’uomo. Il song-writing di “Servo/Padrone” però non è partito da un preconcetto, ma le diverse penne che hanno curato i testi, si sono mosse in un’unica direzione, andando a confluire nella dialettica “Servo/Padrone” di Hegel e nella morale del servo e del signore di Nietzsche. Musica e parole vanno ad enfatizzare il concetto espresso all’interno dell’album, trattando problemi antropologici, ontologici e morali.

Il vostro sound prevede, tra le altre, un’inclinazione dedita al progressive che non è esattamente il genere più commerciabile del mondo e soprattutto se vivi in Italia. Da cosa è dipesa la scelta? E’ solo un fattore di gusto?

Penso che non sia propriamente una scelta. Di sicuro l’ascolto attento e coinvolto dell’era prog-rock italiana ed inglese, ha influito molto sul nostro modo di comporre. Poi tutto è venuto da sè. I temi trattati e le emozioni che volevamo trasmettere hanno trovato casa nei vari accenni progressive all’interno dell’album, senza però dimenticare la fondamentale importanza della melodia.

 

Ultimamente ho notato come le band indie campane siano sempre più numerose. Ormai la scena indipendente lo sappiamo si sta espandendo a macchia d’olio. La cosa che mi sto chiedendo è: il pubblico partenopeo che reazione ha di fronte all’indie?
A voi, mi sa, vi frega un po’ la storia dei neomelodici.

Io credo che la risposta campana ad un tipo di musica molto meno “chiacchierata” di altre sia davvero molto buona. Molti artisti che prima di rado si esibivano nelle nostre zone, ora lo fanno con una maggiore continuità, a riprova del fatto che gli interessi, anche se in minina parte, sono cambiati.

Grazie Alessandro per la chiacchierata!

Grazie a te, è stato un piacere!

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