Torna Virtus e ci racconta My Sound

659

Intervista a cura di Angela Mingoni

Oggi abbiamo il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Virtus.



Grazie per il tempo che ci dedichi!
Grazie a voi!

Il 4 Novembre è uscito My Sound, il tuo nuovo album. “Il mio suono”, quindi “il tuo suono”.
Il titolo vuole suggerire una maggiore consapevolezza ed una nuova maturità che poi traspare nell’album?

Premettendo che la piena consapevolezza non si raggiunge mai ma è piuttosto un continuo raggiungere di “nuovi gradi di consapevolezza”, si, effettivamente My Sound alla fine si è come autoproclamato rappresentante del mio suono. Detto questo, tenendo conto anche delle mie evoluzioni passate, sono ben cosciente che questo album non aspira certo ad essere “manifesto totale” della mia produzione ma piuttosto uno specchio del mio presente musicale.

 

Tu sei italianissimo, il reggae generalmente non è visto come musica per bianchi.
Come ti sei approcciato al genere e quanto è stato difficile farsi rispettare, se è stato difficile ovviamente.

L’approccio al genere è stato bianchissimo (ahaha) in quanto, come ricordo sempre, è avvenuto con i miei amici del mio paese d’origine in Calabria che ascoltavano già i SudSoundSystem, Gioman & Killacat e gli Sdc Posse. Vivendo in Italia e dunque in Europa il problema del “farsi rispettare” non mi si è posto in quanto l’audience è prettamente bianca. Piuttosto in molti mi hanno riferito che al primo ascolto pensavano fossi un vero jamaicano, cosa che ovviamente mi lusinga sul piano musicale. Ciò nonostante non sono mancati episodi in cui ho ricevuto complimenti direttamente da persone nere o da stessi cantanti jamaicani che hanno potuto apprezzare la mia musica e la mia voce. Certamente il riconoscimento definitivo per me sarebbe sentirmi gridare “pullll uppppp!” in una vera dancehall in Jamaica. Per ora è solo un sogno che ogni tanto mi proietto in testa ma chissà, prima o poi lo comprerò un biglietto per l’isola.

 

All’ interno del tuo lavoro unisci alla tua lingua (l’italiano) patwa giamaicano, spagnolo e dialetto.
La commistione di lingue è dovuta ad una tua esigenza di sperimentazione?

Che me la cavassi abbastanza bene con il jamaicano lo avevo già dimostrato nel precedente lavoro Waiting Fi Di Album (gratuitamente scaricabile) e nei vari singoli. Questa volta perciò volevo rivolgermi più direttamente al pubblico italiano ma soprattutto mettermi alla prova nel ricercare un modo personale per ottenere lo stesso impatto ritmico e melodico utilizzando l’italiano. Oggi, ancor più di ieri, sono convinto che esista una via per far suonare bene qualsiasi lingua. Spero di essere riuscito nell’intento!

 

Scegli, inoltre di non focalizzarti solo sul reggae, ma troviamo anche influenze dall’hip hop e dalla black music in genere.
Un album di ampio respiro che può intrigare un pubblico più variegato o no?

Prima di focalizzare la mia produzione sul reggae/dancehall ne ho provati di generi musicali (ahaha), chiuso nella mia cameretta cercavo di comporre in tutti gli stili possibili sia per il semplice divertimento sia perché ho sempre pensato che chi aspira a voler essere definito “musicista/compositore” dovrebbe saper scrivere un po’ di tutto (bene e con stile!) pensando in primis che la musica è fondamentalmente una sola, perdonate la banalità. Questo approccio mi è sempre rimasto dentro tanto che anche quando faccio qualcosa di “specificatamente reggae” le esperienze di altri generi passati influiscono sempre come, al contrario, se mi mettessi a scrivere in un genere totalmente diverso si sentirebbe chiaramente il mio background reggae. Nello specifico, in My Sound si avvertono delle contaminazioni dal mondo del hiphop e più in generale della black music che considero delle “varianti” più che dei generi totalmente a sé stanti. Le differenziazioni nette tra le “musiche” servono per fare ordine negli scaffali dei negozi di dischi ma non devono porre dei limiti a chi la musica la crea. Ritengo che chiunque creda nell’universalità del linguaggio musicale e ami realmente comporre aspiri a raggiungere più persone possibili e non di certo per la mera fama. Ho lavorato a questo disco con lo stesso entusiasmo di un bambino come in qualsiasi mio lavoro precedente. Se l’esito è quello di un più ampio respiro posso solo che esserne contento. Staremo a vedere!

 

My Sound è anche il primo singolo estratto ed è accompagnato da un videoclip per la regia di Matteo Montagna.
La disciplina giapponese del combattimento ne è il fulcro. Come si collegano le immagini al testo?

My Sound è prima di tutto, come si definisce in gergo tecnico, una “clash tune” ovvero una canzone dove nel testo si prendono le parti di “qualcuno” a discapito dell’avversario che viene sbeffeggiato. Questo perché per “clash” in Jamaica si intendono degli eventi dove si sfidano due sound system a colpi di musica e non c’è arma migliore di una canzone che abbia delle liriche che “uccidono” l’avversario. Partendo da un testo del genere mi è venuto naturale sovrapporre visivamente l’immaginario delle arti marziali, in particolare del karate che è stata una mia grandissima passione tanto che ho tenuto moltissimo che ad incarnarla fosse proprio il mio storico maestro Ivano Di Battista.

 

Tu sei stato in tour girando in gran parte l’Europa. Scegli,ora, di far partire il tour invernale dall’Italia.
Nostalgia del pubblico nostrano?

Non ho mai abbandonato il pubblico nostrano anzi, la maggior parte dei miei live continuano a svolgersi in Italia. Essendo questo un lavoro prevalentemente in Italiano è stato del tutto naturale pensare di far partire il tour ufficiale da qui. Sarebbe piuttosto una grandissima soddisfazione riuscire a portare un tale album fuori dai confini nazionali riuscendo a comunicare sensazioni ed emozioni con la nostra lingua, rappresenterebbe per me la conferma di essere riuscito a riportare le stesse vibrazioni che in passato avevo raggiunto grazie al patwa.

Contatti:
Sito virtusmuzic
Facebook VirtuSofficial
YouTube VirtusSoundSystem
Twitter virtusmuzic