Sandro Su: “cosa succede da anni nel mercato della musica 2.0?”

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La dispersione delle energie nella musica indipendente, le etichette, le agenzie stampa, le amicizie e quant’altro. Un mercato allo sfacelo nella nostra bella Italia. Tutti vogliono diventare famosi e come è giusto che sia tutti vogliono restare indipendenti. Ma cosa sta succedendo, cosa succede da anni nel mercato della musica 2.0?

La verità è una: senza le giuste conoscenze il percorso è sempre quello, una fotografia della musica 1.0.

Oggi come oggi chi fa musica spesso si ritrova porte sbarrate, chi vuole raccontare delle verità, anche scanzonate, non riesce a raggiungere il pubblico che merita. Ma a cosa è dovuto tutto questo? Perché con un buon prodotto si fatica ad entrare nell’anima delle persone facendole ragionare?

Perché quello che ci vendono non sempre è davvero quello che ci piace ma è ciò che vogliono farci  piacere?

Il mercato della musica è in subbuglio, gli artisti cercano date, gli artisti vogliono suonare e dire qualcosa e c’è chi invece dicendo nulla e magari anche con un prodotto di scarsa qualità riesce a sfondare.

Un panorama che lascia l’amaro in bocca agli addetti ai lavori “puliti”, quelli che vorrebbero creare qualcosa con dei principi sani ma che si scontrano fin troppo spesso con dei meccanismi composti da ipnorospi o da specchietti per le allodole: i reality show. Non tutti comprendono che questa realtà riesce alle volte a stroncare carriere di sognatori artisticamente dotati che non accettano il sistema.

Oggi siamo sommersi da programmi dove si cantano brani di altri come al canta tu televisivo di molti anni fa, dove però gli artisti erano presi dalla strada.

Altri si sentono dire dai gestori di locali:” no mi dispiace fai troppo rumore, mi costi troppo, faccio una seratad i karaoke, mi costa meno e i miei clienti sono comunque felici e consumano”.

I musicisti vorrebbero essere più liberi di esprimere loro stessi. Ne abbiamo incontrati molti.

C’è chi, dopo essersi scontrato più volte contro muri di gomma, vuole dire la sua; oggi incontriamo Sandro Su,  Rapper di origine Molisana (il Molise non esiste), molto conosciuto nella penisola, che vanta diverse collaborazioni importanti. A lui la parola.

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Il fascismo del vicino è sempre più nero in giorni come questo in cui giornalisti con brache a tre quarti e scarpe alla moda confezionano ad arte una velata invettiva contro un inconcepibile “cristian rap all’italiana” senza rendersi conto, ne fare menzione del fatto, che metà dei brani usciti quest’anno da Sanremo sembrano scritti da un prete. Se poi penso che a firmare certi “articoli”  sono gli stessi “copiaincollisti” che vogliono soldi di terza mano per spendere due parole sulla  musica vera, mi viene voglia di gonfiarmi di ansiolitici come certi protagonisti dei film di Verdone.

Ma non sono qui per sparare sulla croce rossa o sulla libertà di stampa, ne per sputare nel piatto di questa merenda, anche se continuo a preferire la “libertà dalla stampa” di cui parlava Carmelo Bene. Sono qui per parlare di zombies. “Raccontare storie di zombies è un piacere tipicamente umano che ha radici antichissime, fra le cui motivazioni profonde la principale è forse riconducibile al bisogno di domare la natura ostile…” ci dice Daniele Luttazzi nel suo libro “La guerra civile fredda”. Una complessa cerimonia voodoo o l’inoculazione di un virus prodotto in laboratorio servono a vincere la morte e  poco importa se il risultato è una creatura cannibale, che ciondola per le strade del tutto priva di coscienza ed umanità, gioite! La natura, crudele matrigna, è sconfitta. Che si metta dunque  sul banco cifra doppia o tripla del virus denaro  per far sì che radio e televisioni gridino al singolo dell’anno, che suoni come 100 altri d’oltre oceano non importa a nessuno ed importa ancora meno che sia scritto male ed infarcito di un messaggio di una mediocrità disarmante, al pubblico, ipnotizzato da anni di follia eretta a sistema, mancano i mezzi per distinguere uno zombie da un essere umano e si lascerà divorare con piacere.

I Beatles, se fossero oggi dei giovani musicisti in erba, in Italia non troverebbero nessun pub della loro amata città disposto ad offrirgli un palco dove esibirsi, troverebbero piuttosto una serie di gestori di locali che collezionano buchi nell’acqua indebitandosi fino al collo per far suonare i Modà o qualche altro saltimbanco partorito dai reality.

I Nirvana d’un tempo oggi sarebbero al massimo sotto contratto con una piccola etichetta indipendente che, “con le pezze al culo sul vestito buono”, li pagherebbe un ricco niente per i loro dischi.

Ai Depeche mode MTV Italia boccerebbe il video di “Personal Jesus” per non contrariare il Vaticano,  Freddie Mercury conquisterebbe le copertine dei giornali solo dopo essere stato pizzicato in compagnia di qualche calciatore e  Chuck D starebbe scrivendo i jingles per i nuovi spot della Santal.

Siamo una sorta  di futuro distopico che qualche pessimista di un passato, tutto sommato sensato, ha immaginato dopo una notte passata a digerire frutti di mare avariati.

Questa analisi non vuole tuttavia scoraggiare nessuno, non è un invito a deporre le armi e a cercare un posto fisso in fabbrica, al contrario è un invito a combattere per ridare dignità a ciò che ci tiene vivi, a ciò che ci consente di superare noi stessi ad ogni tramonto, in definitiva è un invito a prendere le distanze da un sistema fatto apposta per instillare sogni di gloria e specularci sopra, fatto apposta per svuotarci.

Molti mi hanno chiesto: “se non è il tuo intento quello di raggiungere il grande pubblico, perché continui a farlo?”  Io ho sempre risposto citando Svez dei 13 Bastardi: “ perché, appart o rap nun teng’ ne arte ne mestiere.

Restate liberi #Stayfree.  (Sandro Su’)

Cit.: Futurama di Matt Groening – Rat Man di Leo Ortolani – Abba Zabba