MONKEY ONECANOBEY… hip hop e blues psichedelico per il pianeta delle scimmie

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MONKEY ONECANOBEY
Presentano
MOCO
Etichetta; Jap Records

Sono un duo, suonano blues, sporchi e psichedelici come i Black Keys. Le analogie con il famoso gruppo americano però finiscono qui. Già., perché Monkey OneCanObey non usano la batteria. I beats sono tutti frutto del furioso beat box di uno dei due componenti. Quindi la lezione dei Black Keys, del blues e del rock che il duo umbro ha macinato, è riveduta e corretta con un approccio hip hop, e con una mente da 19enni (questa l’età di entrambi i componenti). Il risultato è un disco mai sentito in Italia da artisti italiani. Imperdibile.

Come definiresti con quattro aggettivi la tua/vostra musica?
Tagliente, Inedita, Bassosa e Pffzczztrr!

Come si intitola la tua/vostra ultima fatica discografica e come è stato il percorso di produzione della stessa?
La nostra Prima e, per ora, ultima fatica discografica si chiama MOCO, un disco Beabox/Rock prodotto all’interno dello studio Jap Perù di Perugia ed uscito per l’etichetta umbra JAP Records.
MOCO è un disco sudato, il periodo di gestazione dei pezzi è durato 2 anni ed essendo il primo lavoro, l’ansia da studio ci stava divorando.
Al contempo però abbiamo avuto un equipe di addetti ai lavori eccezionale sia dal punto di vista professionale che umano. Tutta la squadra ci ha aiutati a consolidare un rapporto di pura amicizia, non solo per via di come ci hanno trattato in studio, ma anche per la serietà dimostrata una volta abbracciato e capito il valore che per noi avesse questo progetto.

Se ti chiedessi quanta gente “mi porti” ad un tuo concerto, come reagiresti?
Bella domanda. Fondamentalmente non ci è mai capitato che lo abbiano fatto ma se accadesse c’è il rischio di non usare le parole.

Quanto sono importanti i social per la tua/vostra musica?
Molto, è la vetrina su cui ci esponiamo ogni giorno, a differenza dei live, quindi è bene curare gli aspetti della nostra musica e del nostro progetto affinché le persone capiscano quanto l’artista crede in sé stesso.
Sa essere uno strumento utile l’internet per affacciarsi con nuovi progetti ed avere l’opportunità di farci ascoltare, non solo dagli amici.

A quanti concerti di musica di altri artisti indie sei stato negli ultimi sei mesi e cosa ne pensi dell’underground indipendente?
Molti, da due anni a questa parte frequentiamo il Villa’n’Roll di Pesaro, un festival che si tiene a Villa Fastiggi, e vivendo a 20 chilometri dal Supersonic Music Club di Foligno (che è diventata un po’ come una seconda casa), abbiamo avuto la fortuna di capire che ogni sabato il locale propone artisti interessanti che girano attorno allo stivale.
Dai Soviet Soviet ai Marlene Kuntz.. là dentro abbiamo visto quasi tutti nel giro di soli 4 anni.
Abbiamo avuto l’opportunità inoltre di vedere i Verdena più volte, oltre che conoscere di persona Luca Ferrari aprendo ai Dunk quest’estate al Riverock Fest di Assisi.
Confermiamo che c’è un grande fermento nella scena indipendente italiana e questo non può fare altro che piacere, come in tutte le cose ci sono punti validi come l’esatto opposto, ma fortunatamente finché si va a vedere gli Zu e si trascura la parte brutta, non è un problema.




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