Il Salotto di Malcom: Tommaso Talarico

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Quanto ci piace la tradizione. Quanto ci piace la canzone d’autore di oggi che non si inventa rivoluzioni e non fa sfoggio di nuove filosofie che spesso sono solo patetici rimaneggiamenti di grandi scuole. Quanto ci piace quando un artista mette in scena solo e soltanto la sua semplice voglia di essere quello che è. E Tommaso Talarico in questo disco acqua e sapone, il suo primo vero lavoro ufficiale, porta in scena una canzone leggera italiana di tutto rispetto, davvero ben prodotta, che – come ormai raramente accade – custodisce gelosamente messaggi importanti, tra romantiche visioni dell’amore a metaforiche analisi della società. Perché è vero che in questo lavoro dal titolo “Viandanti. Canzoni da un tempo distante” pubblicato da RadiciMusic ci resta sulla lingua quel retrogusto di pellegrini in cerca di equilibrio e senso, di quell’amore da inseguire o semplicemente da ammirare, di quel leggero quanto spinoso modo di fare ironia sulle nuove futili trovate per addomesticare le generazioni nascenti. La figura di Dio, non dal canto eucaristico quanto invece dal punto di vista personale, filosofico, umano: prepotente è il bisogno di pensarci figli di un senso supremo che ad oggi prende forma in denaro e potere ma che, alla fin della fiera, si rivela essere di carne e di quotidiana condizione umana. Un bel disco questo esordio di Tommaso Talarico che dunque, con tanto di tappeto e dolcetti al cioccolato, ospito nel mio salotto virtuale. Benvenuta antica saggezza…

Un primo disco. Giunto tardi nel normale percorso artistico di un cantautore. Come mai?

Malgrado io abbia suonato e cantato per molto tempo nei locali di Firenze, e abbia sempre scritto canzoni da quando avevo vent’anni, c’è stato un momento in cui mi sono allontanato dal mondo della musica, per una serie di motivi, non necessariamente collegati tra loro. Semplicemente avevo perso interesse. A un  certo punto ho sentito il desiderio di rimettermi in gioco, ed eccomi qua. Forse prima non ero pronto, chissà.  

Ma prima di questo lavoro davvero non avevi provato a incidere e pubblicare niente?

Nel 2006 c’era un progetto, che coinvolgeva anche altri  cantautori, che poi è naufragato. Nel 1997, ma ero molto giovane, arrivai tra i finalisti al festival nazionale della canzone d’autore di Silvi Marina, all’epoca diretto da Mario Castelnuovo. Forse in quel momento pensai davvero di poter fare della musica un mestiere. Però non è accaduto, un motivo ci deve essere. 

E dopo tutti questi anni di fantasie, progetti e obiettivi, oggi come ti scopri nei panni di un cantautore?

A dire il vero non è una scoperta, perché, come ti dicevo, ho sempre scritto canzoni da quando avevo vent’anni. La differenza è che ora c’è un disco, c’è la voglia di suonare in giro e rimettersi in gioco e, soprattutto, sento di avere delle cose da dire e da raccontare. Considero questo lavoro una nuova partenza, è una bella sensazione 

Passeggiando per i suoni della “Facoltà di Lettere e Filosofia” ho avuto un’impressione che forse mi giunge dal sottotesto della canzone ma non so se è corretto. Mi avventuro. Dimmi tu: ho come la sensazione che si voglia evadere da tante chiacchiere pseudopolitiche e di impegni civili spesso inutili e faziosi per tornare invece alla semplicità della vita che in questo caso sembra proprio essere l’amore vissuto “nei campi in fiore”. Insomma, una sorta di decostruzione della società spesso pomposa di demagogia… sbaglio?

Non c’è alcun dubbio che questa sia l’epoca della demagogia ! Però sarò sincero, quando ho scritto questa canzone non c’erano a monte considerazioni di questo tipo. Si tratta di un pezzo costruito per immagini, scollegate tra loro e anche contraddittorie, ma che nell’insieme vogliono rendere più una sensazione di nostalgia e malinconia, di cose andate. Non è neanche una canzone propriamente d’amore. I “papaveri che vibrano nei campi “, che penso sia un pezzo della strofa a cui ti riferisci, è un’immagine legata più a un distacco da qualcosa, che in quel periodo avevo in mente. Se permetti, vorrei poi aggiungere che io credo nell’impegno civile degli artisti. E’ vero che qualcuno ha detto, mi pare fosse Paolo Conte, che ” l’arte ci perde e le idee non ci guadagnano”, un’osservazione molto acuta, ma io credo si possa e si debba allargare lo sguardo dal proprio ombelico a ciò che ci accade attorno, senza per forza diventare bandiere o strumento di un’appartenenza politica. Basta farlo con sincerità. E un po’ di poesia, magari. 

Da questo disco che insegnamento riporterai a casa?

Non so, è ancora presto per dirlo. Però di sicuro sto imparando che il mondo della musica, e dei cantautori in particolare, è davvero molto affollato !  

Dalla rete rubiamo il video ufficiale de “Il tempo delle favole”. Ecco uno spaccato di metafora e di società. Che poi ai cantori popolari di oggi il merito o la responsabilità di aprirci ad una visione reale di questo mondo programmato fin nei minimi dettagli dove a noi uomini resta solo il falso mito di poter essere liberi di scegliere. Almeno, nella metafora di Talarico, a me piace vederla così.