Il Salotto di Malcom: Paolo Tocco

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Levo dalle pareti quadri dei rivoluzionari e dei sacerdoti in maschera. Metto su le litografie dei poeti estinti e dei cultori di vino, di quella schiera di conoscitori del genere umano che non hanno peli sulla lingua verso le ambizioni e verso le proprie emozioni. Ospito un amico, un ideatore, un fantasista, un piccolo uomo vestito sempre di cappello che ha arredato questo salotto e che ha dato voce a tantissime rubriche sul web, una tra tante è sicuramente la mia. Siedo in una serata, questa volta davvero piuttosto che virtualmente, con un cantautore e discografico: Paolo Tocco. Con lui parliamo del mondo che ci circonda e del tempo che passa, con lui si parla di tutto e di niente dando libero sfogo alla presunzione nascosta dietro ogni singolo sogno. Bello questo suo nuovo disco: “Il mio modo di ballare”. Lo raccontiamo tra le righe…Paolo Tocco…

Tra il ballo e le maschere, cosa credi sia più veritiero da indossare?
Di sicuro le maschere. Ballando si fa finta a corpo libero, dando ampio sfogo a geometrie e disegni ritmici e programmati. Le maschere invece sono determinate e definitive, puoi sceglierle già pronte e le indossi. Da li non si torna indietro. Ognuno in fondo sceglie la maschera che più somiglia a chi davvero è o vorrebbe essere.

“Il mio modo di ballare” sta facendo parlare giornalisti e pubblico. Nel suo piccolo, arriverà al Tenco?
Non credo proprio. Sono troppo piccolo io e troppo piccolo questo disco per sfondare la barriera dei grandi pensatori e della grande giuria. Di sicuro molti di loro hanno apprezzato già da ora il lavoro, ne sono onorato. Ma da qui a vincere la targa come miglior disco dell’anno direi che è un sentimento ricco di una presunzione che non posso permettermi. Sarò felice e onorato se alcuni di loro vorranno parlarne. Li ringrazio fin da ora.

Sono finiti i tempi in cui un disco faceva parlare? Oggi invece?
Oggi invece si clicca sui social. Che brutta storia!!! Un disco che esce, oggi, è come se fosse muto. Ha tanto da dire ma non ha voce per farlo. Restano solo i social per divulgare un pensiero e un concetto. Che siano una nota o una canzone intera. Ovviamente mi sto riferendo agli artisti emergenti e a tutti quelli che come me hanno un percorso appena iniziato. In questo enorme sottobosco c’è sempre qualcuno che meriterebbe di stare sotto i grandi riflettori. Ma la storia è ben diversa. Che poi ognuno dovrebbe farsi l’esame di coscienza e dirsi in gran segreto se davvero il suo lavoro meriterebbe di uscire allo scoperto. Trovo che in genere ci sia molto poco rispetto del pubblico e della sua cultura.

Quindi trovi che ci sia cattiva musica che offenda le persone?
Assolutamente si. Ci sono progetti che davvero dovrebbero essere confinati in una terra di mezzo lontana da tutti. Non mi spiego come mai escano allo scoperto. Ancora meno mi spiego come mai molti l’acclamino. Detto questo trovo che fare musica, su un disco piuttosto che dal vivo, sia un gesto che porta con se un carico di responsabilità importante. Stiamo in qualche modo dando alle persone un elemento su cui costruire il loro pensiero, le loro emozioni e, prendendo con le pinze il tutto, anche il loro immediato futuro. Fare musica, salire in scena, è una responsabilità. Trovo spesso prove di quanto noi tutti ce ne siamo scordati.

Che disco hai fatto?
Ancora riesco a capirlo. Che disco ha fatto Domenico Pulsinelli forse…io ho portato le mie canzoni disegnate a matita, su carta o a memoria. Chiatarra e voce. Domenico ha realizzato tutto il mondo che c’è attorno. Arrangiamenti, strumentisti, idee, sensazioni e colori. Che disco abbiamo fatto? Un bel disco di sana musica italiana. Ricco o povero non saprei ma di sicuro avido di umile intraprendenza, di umile consapevolezza che forse, come tanti, ho la capacità di fermare un momento speciale che passa accanto e immortalarlo in una canzone. Ecco il disco che ho fatto: un album di fotografie.

Ipocrisia, formiche, omicidi e doppie facce. Ognuno ha qualcosa da nascondere?
Tutti. In una canzone che ho intitolato “Chiodi di pioggia, fiocchi di neve” dico: “e c’è un diario segreto, sotto tutti i cuscini…!!!”. Io trovo che tutti abbiamo una zona d’ombra dietro la quale nasconderci o recludere la parte più verace di noi. L’ipocrisia è dietro l’angolo e tutti ne siamo complici o vittime. Credo solo che venendo allo scoperto si restituirebbe alla vita quella semplicità di cui avrebbe bisogno per essere più vera…vita vera.

“Aveva Vent’anni”. Un singolo molto de gregoriano e decisamente radiofonico. Polemiche e meriti?
De Gregori direi che ha quasi stufato. Non lui, ci mancherebbe…tanto di cappello. Lusingato e onorato nell’essere accostato a nomi così importanti. Ma questi paragoni iniziano ad essere molto fuori tema. Tutti parlando di De Gregori perché hanno sentito “Il bandito e il campione” che tra l’altro ha scritto Luigi, il fratello…non Francesco. Tutti fanno i professori citando quanto di più comune e classico ci sia. Ma poi nessuno riconosce la citazione spudorata a “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles. C’è tanto dietro un disco, del mio come di tutti. Direi che citare quanto sia di più scontato è riduttivo e non fa fare bella figura al saccente di turno. C’è un modo di folk, di alt folk, di mediterraneo, di popolare e di anglosassone. C’è Jackson Browne e De Andrè. C’è tanta perte di musica d’autore a cui mi rifaccio. Un pensiero felice a Gianmaria Testa, un artista a cui devo molto. Citiamo questi, oltre al maestro De Gregori.

E “Come le formiche”? Dove lo mettiamo?
Dove vuoi!!! È un brano che, per esempio, con De Gregori non c’entra niente, finalmente. Si parla di genitori e figli, di insegnamenti e di speranze. Il nostro è un continuo divenire, un viaggio che avrà fine solo con la morte…e forse neanche con quella. io ho pensato cosa vi fosse dietro un genitore che ti guarda tornare dietro un lungo viaggio piuttosto che dopo una serata tra amici. Quante sono le cose che ci sono dietro i loro occhi? Trovale e poi raccontale. Io l’ho fatto, ci ho provato almeno. “In questo mondo di giganti…c’è un mare di formiche!!!”

Quanti cappelli hai?
Tanti. Che poi il tempo passa e, come i pantaloni, non entrano più. Porto i cappelli da quando ero adolescente. Hanno cambiato dorma con il passare del tempo e della maturità. Oggi sembrano vecchi o di moda. Sinceramente si vede lontano un chilometro chi porta cappelli per gioco e chi lo fa per “professione”. Io non ho mai seguito le mode.

Perché i cantautori indossano tutti i cappelli?
Dici? Piero Ciampi? Non lo ricordo con i cappelli. Luigi Tenco? De Andrè? Ivano Fossati? Guccini? Tutti artisti che sinceramente non associo a cappelli. Credo invece che ci sia un continuo ricorrere ad immagini popolari, simboliche. Forse è quella la vera moda. Non riusciamo a prendere qualcosa come a se stante, come pregna di vita propria. Vedo invece molto forte quel bisogno di associare ogni cosa a target ben conosciuti e modelli ben edificati, nel sociale come nel campo artistico. Quando ascolti un disco si dice sempre: “ricorda tizio o caio”. Mai che si depura l’ascolto dal mondo circostante. I cantautori non portano i cappelli. E se lo fanno è perché dietro c’è vita vissuta. Credo vada considerato questo piuttosto che scadere in citazioni banali. Siccome De Gregori indossa cappelli allora chi scrive canzoni e indossa cappelli si ispira a De Gregori? Direi che siamo molto più intelligenti di questo…

Possiamo dire che hai inventato tu questo salotto come molte altre cose. Finalmente la tua musica. Che cosa riporti a casa dopo tutto questo lavoro?
Esperienze importantissime che non tanti hanno fatto. Una produzione importante, un disco importante, conoscenza e voglia di fare ancora e ancora. Trovo che questo disco sia la mia personalissima espressione più alta e inaspettata. Il lavoro di produzione di Domenico è stato per me un contaminare idee e sensazioni che avevo. Dopo un disco del genere credo di dovermi fermare ad aspettare che passino altri anni per crescere ulteriormente. Ad oggi non penso di saper fare di meglio. Ma questo è il mio personalissimo punto di vista. Vediamo che ne dice la gente. Io resto in un lato della scena, non voglio influenzare nessuno. Forse applaudiranno in due. Forse no. Io mi sento in equilibrio e in vetta ad un mio personalissimo traguardo.

Ci salutiamo con un consiglio: guarda queste pareti e dimmi cosa manca.
Manca qualcuno che le guardi con occhi ambiziosi. Qui vedo Rolling Stones, Depeche Mode, Rem, vedo i classici italiani e l’America dei videoclip. Vedo Guccini e i Bee Gees, vedo i Subsonica e i dischi di Toto Cotugno. Manca il pubblico che abbia curiosità di vedere e di sentire, manca il coraggio di frantumare le proprie certezze e di andare incontro ad un nuovo io, un nuovo punto di vista che non sia di parte ne ipocrita. Manca la voglia che si aveva di vivere randagi alla scoperta del mondo. Oggi è tutto virtuale e fintamente disponibile. Non credo ci sia altro da aggiungere.

Non credo di aver ricevuto mai una risposta migliore. Grazie di cuore Paolo. Scansa le tende e lasciaci guardare…
…”chi corre senza fretta, a chi non tremano le mani” giusto per conclude la tua citazione. Grazie a te Malcom. Grazie a te per aver dato spazio al mio piccolo punto di vista. Non capita di frequente. Grazie…