Il Salotto di Malcom: Mirco Menna

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Finalmente!!! Dico finalmente e lo dico a gran voce. Lo dico perché possa arrivare dritto alle finestre di questo Salotto, che possa romperle e poi alla fine che possa arrivare fin su le strade del rione. Benvenuto ad un CANTAUTORE con tutte le lettere maiuscole. Uno di quelli che il mondo lo gira, lo spulcia, lo succhia, lo scrive e poi dorme se dorme dove capite e se capita. Un po’ francese e un po’ italiano, di anni lunghi di carriera e di quel sano menefreghismo sincero verso ogni strategia commerciale che possa mescolare la sua canzone alle canzonette delle televisioni. Che se poi alla fine in televisioni ci metti uno come lui, faremmo del bene a tutte le menti rattrappite di questa bella Italia. Benvenuto e tanto di cappello a Mirco Menna e a questo suo nuovo disco “Il senno del pop” – tanto per non mandarla a dire…

Mirco Menna che torna in scena con un disco che ha qualcosa della Francia… dell’America… del Brasile… delle Hawaii… e dell’Italia?
Dell’Italia c’è per lo meno la lingua… e il carattere, direi. “Italiano”, per il suo connotato stesso, è una parola che implica il meticciato, dai secoli dei secoli (di questi tempi anche di più, come sa chiunque voglia saperlo). Quindi c’è molto di ciò che, i miei compagni e io, abbiamo musicalmente praticato nel tempo. C’è perfino un po’ di Nordamerica, in senso afroamericano. Ma restituito in maniera del tutto meticcia, appunto, assolutamente filtrato dal nostro “italiano sentire”, nulla di filologicamente corretto.

Come mai questo titolo e questo colore acceso?
Il titolo è un giochetto di parole usato in forma blandamente polemica: “pop” non sembrerebbe essere la categoria, il genere come usa dire, a cui questo album appartiene. Ma diciamo che il mio concetto di pop, a cominciare da quel “popular” da cui la parola proviene, comprenderebbe panorami più vasti… a mio parere Calvino, o Pasolini, o gli Area, o Guccini sono stati, ciascuno con la propria cifra, artisti di respiro “pop”. Poi vabbè, questa parola è stata codificata, la pop-art per esempio è qualcosa di piuttosto ben definito. La copertina dell’album richiama appunto quello stile, con il rischio di esagerare e sconfinare nella pubblicità ingannevole (che del resto è qualcosa di molto pop, oggi come oggi).

Però alla fin della fiera, tra locande e tazze di buon vino della casa… ma quanto sei francese???
Tu crois? Je ne sais pas… sono francese quanto basta per non accorgermi. Parlando di musica, certo, ho ascoltato e amato gli chansonniers, da Brel a Brassens passando per Aznavour… ma anche Les Négresses Vertes, o il manouche o Ravel… e anche molte cose che invece francesi non sono. Credo che tutto contribuisca a formare un proprio gusto, una propria personalità estetica, per così dire. Comunque a qualcuno in Francia, nel mio piccolo, piaccio. Il disco che ho inciso con Banda di Avola ha visto la seconda ristampa, per dire.

Locande: un luogo a te caro o sbaglio? Bello il video…
Grazie, mi fa piacere che tu lo dica, così posso citare Lorenzo Modelli detto Enciu che il video lo ha girato e montato. È un ragazzo delle mie parti, molto giovane e molto bravo. E la locanda che è servita da set, della quale si legge l’insegna (ribaltata) sul vetro, si trova sotto casa mia, è casa mia. Ma non è davvero una locanda, non ha camere per dormirci, il nome è sostanzialmente scorretto. Come “Il senno del pop”.

Domanda scomoda: ma del Tenco e dei tanti concorsi a spasso per incoronare il più grande dei cantautori… Mirco Menna che ne pensa? E ciao.
È il concetto di “il più grande” che mi lascia perplesso, proprio in generale… pare debba esserci sempre un “migliore” da esprimere, per lo più in base a canoni inevitabilmente opinabili, discutibili, perché non è che tutto si misura come la corsa dei cento metri. Però la vita, per come ahimè la interpretiamo, va così: dalla scuola al lavoro agli eventi sociali fino alle relazioni personali, sembra una specie di gara permanente. In questo senso i premi al “miglior cantautore” non fanno eccezione. Ma hanno il merito di tenere vivo, di puntare un riflettore su un modo di fare canzoni dove, per dirne una, la cura della poetica nei testi è essenziale. Credo che quel modo di fare canzone evolva per conto proprio, indipendentemente dai vari Premi intitolati ai Postumi. Che però sono una possibilità e un indicatore di attitudine diffusa: c’è gente che quel tipo di canzone la fa. Ecco, magari prima o poi smetteremo di chiamarlo “cantautorato”… anzi, grazie per non averlo fatto. E ciao anche a te.

Ed io lascio andare in play questo video antico di suoni e di visioni, dove la cantina era un luogo sacro e dove la canzone era un momento di bellezza spirituale. Donne vino e amuleti per la buona sorte. Chapeaux!!!




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