Il Salotto di Malcom: Massimo Priviero

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Spolvero. Riordino. Ridipingo. Levo le muffe e tengo i vinili in bella vista. Non viene una gentil signora. Sta salendo dalle scale un maestro, di quelli veterani, di quelli che ormai hanno quasi 30 anni di esperienza. Il mondo dell’informazione si fa sempre più giovane e quello della canzone d’autore conta ancora pietre miliari e qualche colonna portante che ha fatto la storia. Sta entrando in questo salotto Massimo Priviero, il rocker italiano, il nostro Springsteen anche se in un certo senso di ispirazioni nella sua musica ce ne sono tantissime, vive, internazionali e non solo americane. Sto ascoltando questo nuovo disco da giorni e non è facile raccontarlo. Banalmente da un punto di vista musicale sembra raccogliere i tantissimi standard della canzone d’autore americana e non solo. Banalmente si farebbe un errore. “All’Italia” è un disco prezioso, di chitarre acustiche e armoniche, di piccoli frasi segrete nascoste in un diario di scuola. Ascoltatelo. E poi ne riparleremo.

Un disco che dentro ha tanto. Dal Rock al folk d’autore. Dal pop alla tradizione popolare. Ma cos’è che davvero manca alla ricetta e che avresti voluto dargli?
Credo manchi poco di quel che avevo in testa e che volevo fosse essenziale nei suoni e forte emotivamente nelle storie. Ma tutto si può fare meglio. Sempre. Per cui convivi anche con ripensamenti. Però solo gli idioti sono contenti al cento per cento di quello che hanno fatto o che fanno.

Perchè un disco sugli addii, sulle partenze e sui ritorni?
È un disco sugli italiani innanzitutto. Che traccia un filo rosso per legare ieri ad oggi. Dunque migrazioni ieri e oggi che hanno come tratto comune la forza e il coraggio dei protagonisti nella scelta del cambiamento. E’ l’immobilità che uccide. Mettersi in gioco è sempre un atto positivo.

Ma soprattutto perché un disco così intimo? Mamma mia… quanti te l’avranno fatta questa domanda?
Perché questo è quel che sentivo di fare da uomo e da artista che è libero prima di ogni altra cosa. Le storie dettavano un vestito scarno ed essenziale. E necessitavano di umiltà e di tenerezza per dipanarsi meglio. Sono stato in questo album un cantastorie appoggiato ad un muro che osservava e fissava la gente che passava. E ho fotografato chi ho sentito più vicino a me.

Domanda assai curiosa e visionaria: attorno a questo disco cosa ci vedresti? Un mondo in disuso? Una terra che si risveglia da una guerra? Oppure una lunga strada che vorrei verso l’orizzonte?
Forse entrambe le cose, restando alle tue immagini. O forse un mondo che ha perso il senso vero dell’esistenza, quello che provano a raccontarti i protagonisti delle canzoni. Ho provato ad essere loro figlio, fratello e infine padre. Il mio desiderio è quello di esserci almeno in parte riuscito.

Sono quasi 30 anni di carriera. Che sia questo il tuo vero battesimo?
Chi lo sa! Sì a novembre 2018 son trent’anni di carriera, come si dice, che cercheremo di celebrare degnamente. Ma non ho idea di quel che riserva il futuro evidentemente. Meglio non guardare troppo in là. Ecco, in questo momento e con questo disco forse ho reincontrato davvero fino in fondo il giovane menestrello che ero a vent’anni. Gli avevo promesso di non tradirlo mai. E questo è quel che ho fatto in tutto questo tempo.

Chiudiamo con un commento a questa mia immagine. L’uomo nero che arriva in casa, sale dalle scale…
Basta che suoni il campanello nel modo giusto. Poi, in caso, si beve un caffè insieme e ci si augura il meglio per entrambi.

Sarei rimasto ancora e ancora a fare domande. Ci lasciamo con il primo video estratto da questo disco. Un classico nella scena dei video, di come li facevamo un tempo. Forse il brano più rock per davvero di questo disco che promette una lacrima di emozione a tutti. Buon viaggio… e buon ritorno.




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