Il Salotto di Malcom: Marco Cantini

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Finalmente si respira calma di mare e dettagli di grande gusto. Finalmente il disco gira e lo fa con calma assoluta, senza la fretta di consumare le sue carte migliori. Finalmente tutto sa fare il suo mestiere. TELETRASPORTO attivato: siamo a Bologna, sono gli anni di fuoco, seconda tornata dopo quella del 73 quasi tutta milanese. Siamo nel marzo 1977, siamo all’alba delle prime tavole di Andrea Pazienza, stiamo conoscendo Pentothal, stiamo evitando che i carri armati calpestino le prove…ci troviamo a far di conto con un paese in rivolta, con la libertà pretesa in tutti i settori del comun vivere. Lui si chiama Marco Cantini, fiorentino, giovane modernista ma studioso (a suo modo) di una canzone d’autore di stampo antico. Questo disco “Siamo noi quelli che aspettavamo” ha davvero smosso l’opinione di molti, critica e pubblico. La rincorsa alle citazioni, in questo disco, è solo certezza di perdere fiato. Finalmente un disco che ha tanto da dire…

Partiamo dal titolo…“Siamo noi quelli che aspettavamo”. Cioè?
Siamo noi – e sottolineo noi come generazione più o meno resiliente, quella del professore protagonista del disco – che possiamo fare qualcosa per renderci una vita migliore. E chi è risoluto nel ricercarla ha la vittoria nelle sue mani. Un po’ come disse Giacomo Leopardi a Saverio Broglio d’Ajano quando scoprì che il padre gli aveva preso il passaporto.

Curiosità immediata: hai mai letto “La società dello spettacolo” di Guy Debord? A proposito di edonismo e società che insorge contro il potere…
Sì. E aggiungerei, a proposito anche del fatto che Debord sosteneva a ragione – già cinquant’anni fa – che la società moderna era fondata sull’ ideale dell’individualismo, producendo la più mortale e sterile passività della storia; il concetto insito nel titolo dell’album è l’esatto contrario: vuole vomitare la ferma volontà di resistenza di un’intera generazione, che può cambiare in meglio con il contributo di tutti e il desiderio di una nuova collettività.

Perchè hai scelto la rivoluzione del ’77 e non quella del ’73 con le rivoluzioni di Milano, il Potere Operaio e il debutto dei “Fazzoletti Rossi”?
È semplicemente un punto di partenza della storia. Forse ne avrei potute scegliere anche altre, e non solo avvenute in Italia. Dovunque ci sia stato qualcuno che abbia saputo dire basta ai vecchi sistemi, rompendo il ponte e addirittura la terra dietro di sé, come affermava Nietzsche. E Dovunque sia stato valorizzato il sentimento puro, l’originalità e l’espressività attraverso la stratificazione delle esperienze.
Ma l’occasione di accennare al ’77 bolognese e contemporaneamente ai rivoluzionari della satira, a mio parere, era irripetibile per tantissime ragioni. La soddisfazione è stata maggiore perché – lo ammetto – credo che pochi autori abbiano cercato di raccontarli attraverso le canzoni. Con le loro storie realizzavano un affresco critico del mondo non privo della complicità del movimento, erano impetuosi ed impietosi verso le convenzioni e i valori dominanti, interferivano con la grande stampa. E avevano segni pieni di riferimenti culturali. Furono dei precursori.

Qualcuno dice che il potere visionario di un fumetto è sempre legato ad una capacità musicale e viceversa. In altre parole, artisti del disegno “in genere” sono anche musicisti e viceversa. Cosa ne pensi?
Non è sbagliato. Il controllo e la gestione del ritmo, l’unità di misura di frequenza attraverso la quale decidiamo la velocità di un brano musicale, i cosiddetti BPM (battiti per minuto), esistono e sono fondamentali anche nel fumetto.

Andrea Pazienza…secondo te, a parole, qual è stata la vera grande arma di un artista simbolo di quegli anni?
Semplicemente aveva una marcia in più. E più di tutti sapeva rendere il senso del mondo che stava vivendo grazie al talento innato di consegnare al quotidiano una forma indelebile di assoluto. La sua straordinaria tecnica nel disegno, unita alla sua sintassi inimitabile, sancirono l’incontro tra il grande disegnatore e il grande scrittore che in lui convivevano.

Chiudiamo con la musica…da cantautore, cosa ti ha spinto a parlare di anni così difficili e lontani?
Ambientare il disco nella California bolognese (cito “Freak” Antoni) di allora è stato un puro atto di amore verso quell’effervescenza straordinaria di impegno, avanguardie, sperimentazioni. Molti di quei protagonisti sono comunque ancora vivi (e nel dire questo includo anche gli anni ’80, che affronto nel disco), dunque non sono anni poi così lontani. Sicuramente non hanno avuto poca influenza su ciò che siamo oggi.

Giuro che è l’ultima: secondo te come si spiega oggi l’esistenza di una società così concentrata sul potere dell’immagine quando veniamo da anni così intensi di rivoluzioni proprio su questo tema e su mille altre sfumature?
Pensa anche alle innumerevoli rivoluzioni artistiche con l’immagine al centro del dibattito, a tutti i pathos rivoluzionari per innovare l’estetica. L’immagine è da sempre protagonista della nostra esistenza. Sono chiaramente cambiate le tecnologie per la sue restituzione, ma la riproposizione del nostro ego si solo è adeguata ai tempi.

Marco Cantini parla di Pazienza, di Tamburini e di tutti gli altri…Marco Cantini fa il cantautore…e in questo salotto è tempo di accendere un lume, un bicchiere di stock 84 e un ascolto attento ai testi di questo “Siamo noi quelli che aspettavamo”.




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