Il Salotto di Malcom: LISA GIORÈ

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Il pop in rosa. Un trancio tiepido di “rock”…sempre in rosa. Una nebbiolina leggera leggera che sa di canzone popolare. E poi metriche vocali come fossero cassetti di legno pregiato ma non troppo curati, in cui chiudere e nascondere segreti e preziosi. Alla fine ne vien fuori un po’ di fiatone perchè la ricerca si fa estenuante…però sicuri di trovare cose buone. Lisa Giorè parla di sensazioni grigie che si portano dentro, durante l’incedere e l’evoluzione in quelle che chiama “Le vie dell’insonnia”. Lisa Giorè mi ha fatto conoscere il suo disco ma sinceramente ho durato fatica nella fase di allineamento. Lisa Giorè la conosco oggi e rimando a voi l’ordine finale da dare al plotone di esecuzione…senza ansie e senza fare drammi, qualunque sia l’esito finale. Un disco d’autore all’italiana maniera, un po’ Donà un po’ chiunque altro. Però alla fine è lei che detta il passo:

Partiamo di un primo impatto. I suoni: sai che alcuni suoni non li ho capiti? Che ricerca e che scelta c’è dietro a governare la giostra?
La maggior parte di questi brani ha avuto origine da una formazione unplugged formata da chitarra acustica, pianoforte e percussioni. Al momento di realizzare l’album siamo partiti da questo e siamo andati a volte a sostituire e a volte ad aggiungere, quindi il lavoro finale è un insieme di strumenti acustici, strumenti elettrici, suoni campionati ed effetti. In più di un’occasione abbiamo affiancato percussioni elettroniche alla batteria acustica, abbiamo giocato spesso con il riverbero sul suono della Telecaster, mentre abbiamo deciso di utilizzare la tastiera come se fosse un pianoforte, senza mai utilizzare effetti in partenza. Ci sono poi una serie di suoni che abbiamo utilizzato per aggiungere una particolarità ai brani: lo scacciapensieri che si sente all’inizio di “Scarse prospettive”, che potrebbe sembrare un suono campionato, l’ho suonato io, abbiamo successivamente aggiunto il delay perché volevamo creare un intro riconoscibile. Il temporale di “Aria di tempesta” ci serviva per suggerire ed amplificare l’atmosfera del pezzo, mentre sul finale di “Danza macabra” abbiamo inserito il suono dell’impiccato per creare una conclusione desolante ed inesorabile al racconto malato e surreale.
In “Dracula” ci siamo divertiti ad utilizzare strumenti e voce in modi che di solito non vengono utilizzati nel pop cantautorale: il feedback ottenuto avvicinando la chitarra all’amplificatore, il plettro che gratta sulle corde, il flauto che viene utilizzato per ottenere dei rumori, la voce che stride. Abbiamo cercato di creare qualcosa che suonasse almeno in parte diverso dal solito, anche a costo di risultare disorientante al primo ascolto e potremmo esserci effettivamente riusciti!

Parliamo di visioni: la tua musica sembra quasi inseguire delle figure immaginate. Come trovi questa mia chiave di lettura?
Comprensibile, ma in realtà errata: dietro ad ogni brano c’è sempre un qualcosa di reale ed estremamente razionale, anche se per raccontarlo utilizzo metafore o immagini che sembrano richiamare elementi fantasiosi. Ti faccio qualche esempio. “Settembre” è uno dei pezzi forse più difficili da comprendere perché il soggetto è indefinito e le immagini che descrivo sono evanescenti, quindi è difficile mettere a fuoco l’argomento, ma c’è un motivo: nel brano parlo di una persona a me vicina che si è ammalata di Alzheimer, perdendo gradualmente la lucidità, la memoria, la propria essenza. C’è “Dracula” che ha una chiave di lettura doppia; viene naturale pensare che stia parlando del personaggio di Bram Stoker, ma in realtà il vampiro rappresenta chiunque sia in grado di portarsi via la vita di un essere indifeso, quando l’ho scritto avevo da poco ascoltato al telegiornale l’ennesima storia di violenza su un bambino. Se provi a riascoltare i brani con queste informazioni tra le mani, capirai meglio quanta concretezza c’è in questo disco. L’unico brano che appare surreale e che lo è davvero, è “Danza macabra” che descrive un incubo notturno sognato qualche anno fa.

Parliamo di timing: è una mia impressione ma le strutture spesso sono confuse e fuori tempo? Sembra quasi che poco sia stato deciso a tavolino e che molto sia rubato all’ispirazione di un istante…
Per quanto riguarda le strutture non parlerei di “confusione”, è solo venuto naturale non utilizzare in tutti i pezzi il classico schema intro-strofa-bridge-ritornello. Poi una considerazione importante da fare è che in tutto il disco i testi sono il perno di ogni brano, intorno al quale la musica viene costruita, non è mai il contrario: quando scrivo un testo sono maniacale e ci metto settimane, mesi o perfino anni prima di arrivare a considerarlo perfetto, così quando arriviamo ad arrangiare il pezzo non voglio cambiare una sola parola. Con questo presupposto diventa facile comprendere perché ci sono spesso piccole variazioni all’interno della struttura madre, asimmetrie strutturali che possono “destabilizzare” un po’ ad un primo ascolto. Nella traccia di apertura abbiamo utilizzato repentini cambi ritmici e qualche nota portata sul limite dell’intonazione per suggerire frenesia e sregolatezza in accordo con un testo che parla di un disequilibrio psichico, mentre in altri pezzi si possono trovare momenti in cui alcune battute vengono dilatate o abbreviate in base alle esigenze testuali, quindi è possibile che durante un pezzo in 4/4 vengano inserite una o più battute in 5/4. E’ accaduto spesso, durante la lavorazione dei brani, che ci siano state idee ed ispirazioni improvvise: quelle ritenute buone e funzionali sono state tenute, quelle che invece non lo erano o lo erano solo in parte sono state depennate oppure sviluppate.

Parliamo di colori: questo disco di che colore è? E poi perché?
In bianco e nero, per risparmiare sulla stampa. Scherzo, idealmente parlando lo definisco un disco viola: è un colore ambivalente, che può essere considerato contemporaneamente freddo e caldo perché il modo di percepirlo varia in base alla proporzione dei due primari che lo compongono: il rosso della rabbia e dell’iperattività, il blu della quiete e dell’introspezione, tutti elementi che si trovano nei dieci brani, in diversi momenti ed in diverse quantità.

Chiudiamo con una domanda un po’ strana: ma esiste per davvero la musica perfetta? Te lo chiedo perché in un esordio come questo sento tanta ricerca…è così? e cosa stai cercando?
La musica è arte, che per sua definizione non può essere perfetta in quanto soggettiva.
Nella musica, come in tutte le arti, la perfezione trova la sua compiutezza nella soddisfazione espressiva del proprio artefice. In uno dei suoi aforismi, Karl Kraus diceva che “per essere perfetta le mancava solo un difetto” ed aveva ragione: mi viene in mente la Venere di Milo, che è una scultura rotta, eppure proprio il fatto di aver perduto parte di sè, le ha fatto acquisire fascino, è perfetta nella sua imperfezione. Credo che questo concetto si applichi anche alla nostra esistenza: io ho iniziato a stare bene con me stessa proprio quando ho capito che inseguire la perfezione in senso assoluto era uno spreco di energie fine a sé stesso. Quello che sto cercando è tentare di recuperare il tempo che ho perso nella sterile contemplazione di ciò che avrei potuto fare ma per cui non mi sentivo all’altezza, facendolo.