Il Salotto di Malcom: Krishna Biswas

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Sinceramente ho poco da dire in merito amici di Malcom. Poco da dire… capita quando di fronte si ha qualcosa che prescinde dalle normali estetiche e didattiche a cui siamo abituati e lo fa con gusto e tanto mestiere. Se poi a tutto si unisce anche una forza poetica ed artistica sfacciata allora si: meglio tacere. Dall’ufficio stampa di RadiciMusic di Firenze mi arriva questo disco assai affascinante: un cartonato, dipinto a mano, bianco e nero. “Panir” reca scritto il titolo. Lui si chiama Krishna Biswas. Metto in play e resto ammutolito per molto tempo perchè questo disco è lungo ed imprevedibile. Una sola chitarra acustica, un fingerstyle di raffinata tessitura, suite e lunghe composizioni che rimandano a mondi, visioni, sensazioni, odori e personaggi. In questo salotto tace il rock, tace il pop, tace la world music e tacciono tutti i sintetizzatori. Per una volta non facciamo i professori e restiamo fermi ad ascoltare un disco che parla di visioni antiche.  Tra l’altro non mi stupisce leggere risposte così di cuore e di passione. Alla faccia di tutti i finti vip della “musica” italiana. Insomma: quanta vita dentro un solo disco!!!
Benvenuto a Krishna Biswas:

Partiamo dal titolo: “Panir”. Che significa?
Panir è il nome di un formaggio indiano formato da bocconcini, di solito cucinato con salse ed usato come condimento per il riso. Il nome del disco deriva dalla quantità di brani in esso contenuti e dalla struttura che li tiene assieme che mi ricorda questo formaggio. Si tratta infatti di tre suite, tre insiemi, tre salse in cui i pezzi musicali trovano la loro forma ed il carattere; quattro per ciascuna suite. Oltre a questi pietanze musicali ci sono anche altri brani svincolati da questa logica d’insieme ma che comunque mantengono una caratteristica commestibilità. Secondo me per capire bene la relazione con la durata dei brani che va dai due minuti ai sei al massimo, occorre conoscere la struttura della pubblicazione precente a Panir, aRnonauta, che si articola in due brani di lunga durata, una sorta di improvvisazione totale che si dipana in due lunghe sessioni. In Panir ho curato con attenzione l’aspetto di ingresso all’ascolto della mia proposta artistica. Ho prestato attenzione a creare brani più brevi che facilitino un primo contatto, senza perdere di spessore ma concentrandolo in un minutaggio ridotto. Un lavoro di cesello. Sono questi pezzi però anche concatenati in un organismo più grande che permette anche un ascolto più articolato grazie anche alle diverse accordature dello strumento che caratterizzano i tre insiemi e gli altri brani.

Dal nome si capisce che l’origine non è italiana anche se ormai sei toscano d’adozione. Punto a capo. Questo disco che lingua parla?
Sono nato a Firenze da una famiglia che ha origini provenienti da più parti del mondo, l’India, la California, Svezia ed anche Italia. Questo disco parla un linguaggio figlio di un percorso musicale che affonda le radici nelle esperienze vissute in più ambiti, sia umani che artistici. Ho frequentato più di uno stile musicale legato al mondo della chitarra seguendo un filo conduttore tessuto dalle scelte musicali che facevo negli ascolti e nelle esperienze compositive cercando uno stile che fosse aderente in effetti a ciò che avevo in mente.

Non sono un cultore della tecnica e in generale della chitarra suonata in fingerstyle (spero sia corretto). Sei conscio di parlare una lingua di pochi?
Per ciò che concerne il materiale originale presentato sinora non ho mai usato la tecnica del fingerstyle ma attinto da altre soluzioni meccaniche. Un espediente che mi ha aiutato molto nella ricerca di un suono che mi soddisfacesse è stato evitare l’accordatura standard dello strumento. Questo gesto in effetti ha disinnescato molti rituali digitali in cui ero imbrigliato a causa della pratica di stili musicali codificati. Queste scelte probabilmente rendono un servizio positivo al desiderio di ricerca ed esplorazione.

E restando sul tema: sei conscio di poter arrivare a pochi con la giusta carica di significato e di bellezza estetica?
Mi piacerebbe comunicare nel modo che ritengo sia il migliore per le mie personali scelte con il maggior numero di persone possibile. Sono consapevole che la direzione che ho preso non porta ad un pubblico di grandi numeri. Mi sono trovato a riflettere su questo argomento più di una volta trovando nella ricerca un movente che in effetti è aderente ad un’urgenza comunicativa indipendente dall’esito sociale che possa avere il mezzo estetico scelto. Si tratta di un atto di amore che come tale è privo di un qualche vantaggio che non sia quello della grande energia e gioia che regalano la generosità e lo spendersi senza un interesse.

Il concetto di suite però… beh quello ha molto a che fare con il progressive o sbaglio?
Il concetto di suite ha qualcosa a che vedere con il rock progressivo, concetto ereditato dalla musica classica. Ho frequentato per interessi accademici ed anche di passione entrambi gli stili nel corso della formazione musicale. Nel mio caso la suite è una forma che mi ha regalato la comodità di inanellare brani brevi in un organismo di più ampio respiro che può essere suonato dal vivo per intero, senza interruzioni.

Col senno di poi: questo disco è riuscito secondo te a raccontare le immagini che aveva dentro?
Credo di esser riuscito a dare forma alle idee ed i mondi cha avevo in mente. Mi piace pensare che attraverso la maturazione artistica, lo studio e tutte le esperienze legate in qualche modo all’atto creativo, ci sia sempre uno sviluppo ed una diversità coerente nella mia proposta musicale. In effetti la presenza di alcune parti scritte alternate a soluzioni improvvisative aiuta la freschezza dei brani e a mio avviso li rinnova.

Con l’artista fresnopesciacalli, questo video del brano “Respira” mi sa tanto di un momento personale, quasi privato, quasi esclusivo per il resto del mondo. Krishna Biswas sa come disegnare l’aria attorno. Ve l’ho detto: resto in silenzio davanti uno degli ascolti più intensi di questi ultimi mesi. Fate attenzione…




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