Il Salotto di Malcom: iBerlino

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Benvenuto futuro. E benvenuta polvere sui vinili che, oggi più di ieri, sembrano alieni in questa musica digitale. E per quanto gli ospiti di oggi inseriscano qua e la chitarre in carne ed ossa (ma pur sempre rese robotiche e distanti) il loro suono e la loro scrittura è assolutamente psichedelia allo stato puro… uno stato gassoso di matrice robotica. Siamo tra le pennellate computerizzate del progetto iBerlino comandato dal duo Mirko Difrancescantonio e Fabio Pulcini e l’ascolto di questo lavoro si presenta ostico e stimolante fin dal titolo: “Hai mai mangiato un uomo?”. Per questo amici di Malcom oggi la trasgressione è di casa e la chiacchierata è assai interessante. Bisogna avventurarsi lasciando a casa le abitudini e le certezze. C’è tanto altro nella musica italiana e fortunatamente ogni tanto riesco a rendermene conto. Benvenuti ragazzi:

iBerlino: partiamo da questo nome? Uno sguardo multimediale a Berlino come fonte di ispirazione?
Wim Wenders: “Il cielo sopra Berlino” e “Così lontano così vicino”; una sera stavamo guardando il secondo capitolo e abbiamo iniziato a suonarci sopra. Era la sera in cui stavamo pensando a un nome. Berlino calzava bene con la nostra generazione, storica, iconica, piena di richiami culturali che ci hanno influenzato. Abbiamo aggiunto la “i” perché siamo in due.

Parliamo di digitale. Un mondo che ha determinato il vostro progetto. Possiamo dire così? Cioè senza computer, cosa esisterebbe di iBerlino?
Ha determinato questo disco. Quei suoni, analogici e non con il computer, descrivevano quegli stati d’animo che volevamo imprimere. Analogici, sì, perché il disco è stato registrato in presa diretta, dal vivo, una fotografia di noi dietro a sintetizzatori suonati a mano, tastiere, voci, chitarre elettriche. Abbiamo scelto gli analogici perché più sporchi, senza plug in da computer, volevamo un disco sporco, scuro, non pulito. Siamo già senza computer. Senza sintetizzatori, semmai, saremmo la band che siamo sempre stati, come nei dischi precedenti: acustici, rock, pop. Ma con qualche anno in più. Se la band dovesse andare avanti, non nego che mi piacerebbe accennare qualcos’altro. Fab è molto blues ad esempio, io invece sono molto cantautoriale. Adesso era il momento di parlare delle notte. Vedi “Come andar di notte”.

Ermetici e visionari. Non pensate che sia troppo slegato dal comun sentire? Cioè il pubblico quotidiano ha secondo voi gli strumenti per decodificare il vostro modo di fare musica?
Sì. Deve ascoltare questo disco nel proprio relativo momento giusto. Il momento in cui non attendi un ritornello ma vuoi qualcosa da tenere di sottofondo, la notte, mentre guidi la macchina e sei da solo. Solo con i tuoi pensieri e il tuo istinto. Non è un disco per far celebrare i membri di una band ma per far sfiorare delle micce, dei grilletti che tirino fuori qualcosa da chi l’ascolta. C’è comunque una ballata, “Un seme”, una ballata umana smarrita in questo scenario urbano.

Esiste anche un potere visionario importante: come lo celebrate? Esistono proiezioni, istallazioni, luci o altro da accompagnare a questo mondo sonoro?
Respiriamo la tensione della sala e poi ci regoliamo. Ci basta un impianto. Luci basse del locale, il pubblico di quel locale. La nostra musica è una formula chimica che interagisce con la chimica del locale stesso. Quello che accade in quel luogo non lo sappiamo. Abbiamo suonato anche in lavanderie automatiche: l’improvvisazione è una celebrazione di questo istinto di far sopravvivere il cuore umano. Ci piacerebbe suonare questo disco di sottofondo a un locale per scambisti ad esempio. Penso possano essere il nostro pubblico ideale per questo disco, gli scambisti. Mi immagino marito e moglie arrivare con un bel macchinone e noi siamo lì,nell’atrio, a suonare questi brani semi strumentali mentre la gente fa le sue cose nelle stanze. Ci stiamo lavorando. È un buon disco per scopare con uno sconosciuto e svegliarsi la mattina dopo con un torpore in testa. Mi viene in mente il brano “L’età dell’innocenza”.

E invece il video del singolo “Senti il cielo com’è” sembra essere decisamente “pop”. Come mai questa scelta?
Perché è un pop fatto a modo nostro. Non ha un testo da canzone pop, poteva star bene in qualcosa da disco, con quei versi che si ripetono. Per quanto riguarda il video, volevo accennare a una performance mentre fuori accade una serata tra ragazze. Un omaggio ai vecchi video dove i cantanti facevano le “mossettine” ed erano performer anche lì. Fab suona, io mi muovo un po’ e canto: un videoclip per presentare una band e il suo approccio ai live.

Forse di tutto questo lavoro, il singolo estratto è quello più aderente (per quanto valga questa parola) ad un sentire comune. Eccovi il video in rete. Si intitola “Senti il cielo come me” e forse, non saremo mai abbastanza pronti per queste visioni. Fate molta attenzione…




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