Il Salotto di Malcom: FAB

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Ospitare di nuovo qualcuno è sempre un piacere. La prima cosa che cala in testa al vostro Malcom è saper saggiare il tempo passato e capirne i concimi ed i raccolti, la mano esperta di chi ha cercato e poi infinite l’evoluzione che è stato capace di trovare. Ecco quel che accade al vostro Malcom quando oggi guarda negli occhi il buon FAB che dalla Calabria torna nel salotto virtuale della musica nuova per raccontarci il nuovo disco dal titolo “Maps for Moon Lovers”: e direi che l’aria romantica – forse appena dannata con un pizzico di rabbia in più – non è per niente svanita. Si percepisce quell’ansia di pace che il nostro cantautore rock filo americano ha dentro nel cuore. Ecco: americano questa volta più che inglese. Mi si passi la nota generata dalla pura impressione personale. Una canzone di dolcissimo pop rock che parla di uomini qui sulla Terra. Niente di socio-politico, niente distopie assurde. Solo verità. Benvenuto… anzi Bentornato.

Un nuovo disco per FAB. Voglio partire con una domanda assai insidiosa: queste nuove canzoni rappresentano una nuova condizione umana o una nuova consapevolezza? Insidiosa ma interessante direi…
Direi entrambe, perché i brani raccontano storie di personaggi che vivono la nostra epoca, la incarnano esaltandone le contraddizioni più estreme e grottesche. Si può parlare della consapevolezza di una nuova condizione umana in cui la brama del successo ad ogni costo prevale su qualunque altra esigenza. “Ho necessità di riuscire, di dimostrare agli altri che riesco”, questo mi sembra il mantra perfetto di questi tempi. Protagonisti che funzionano solo se riescono. O quanto meno ci provano.

Troviamoci dentro l’Inghilterra più pop e dentro l’America più on the road. Che cosa lasciamo per strada che serve inevitabilmente a completare la ricetta di Fab?
Ad essere sincero di americano ci vedo questi spazi larghi e sconfinati che alcune sonorità possono richiamare, ma per il resto mi sembra più un album dal sapore brit che statunitense. E comunque direi decisamente europeo. Del resto le mie intenzioni sono sempre andate in quella direzione, volutamente, senza mai voler nascondere nulla. Non a caso ho girato due video di “Bless” a Londra, luogo che continuo a ritenere un teatro perfetto per filmare “short movies”.
Il mio background musicale, i miei ascolti, passano tutti da lì, tra Manchester e Liverpool, Cardiff e Londra. Della musica britannica ho sempre apprezzato la capacità di sperimentare, di andare oltre ad ogni costo. Anche in tempi recenti le produzioni che trovo più interessanti giungono da oltremanica.

Parliamo di inglese e di pronuncia. Sono sincero nel dirti che la pronuncia non mi ha fatto impazzire ma io ne capisco poco. Come vivi questa lingua che di base non è la tua lingua madre? Uno strumento di estetica, una necessità espressiva?
Non so se la mia pronuncia sia perfetta. Probabilmente non lo sarà mai considerato che non sono madrelingua ma grazie al cielo, avendo girato molto l’Europa ed avendo ascoltato tantissima musica inglese, sono sicuro che la gente comprende bene quello che ho da dire. D’altronde ci sono tanti musicisti svedesi, belgi, tedeschi e danesi che scrivono musica in lingua inglese e, pur non essendo nati in Inghilterra, producono prodotti di assoluta qualità e sono stimati dagli stessi britannici.
La percezione della musica “inglese” è oramai mutata, comprende uno spettro più ampio rispetto al passato quanto a provenienza e pronuncia pura. Vi è anche da sottolineare che, mio avviso, esiste un’atavica diffidenza nostrana verso chi scrive in inglese pur essendo italiano. Mille volte mi sono sentito dire: perché non canti in italiano? La mia risposta è semplicissima. Perché oltre ad essere italiano sono anche europeo e l’inglese, fino a prova contraria, è la lingua più parlata al mondo. Paradossalmente i cittadini del Regno Unito sono attualmente solo una piccola percentuale delle persone che al mondo comunicano in inglese. Forse dovremmo iniziare a ragionare in termini più moderni e adeguati alla realtà globale ed interconnessa che viviamo.

Voglio stuzzicarti ancora: non trovi che sia poco naturale confrontarsi con qualcosa che non è il nostro habitat? Ha quasi la sensazione di una “maschera” e tu di maschere non ne vuoi sentir parlare…
Assolutamente non sono d’accordo. Scrivo quello che sento, senza necessità di alcuna maschera. Compongo da sempre in lingua inglese, non ho nulla da nascondere ed è l’unica bandiera che posso sventolare con orgoglio. È questo il mio habitat e credo si senta. Al contrario trovo del tutto assimilabile alla logica da te suggerita l’adeguamento “conformista” di molti musicisti italiani al mainstream dominante in Italia in questi anni. Funzionano Calcutta e i The Giornalisti? Bene, scriviamo tutti in quel modo, assumiamo le loro movenze e il gioco è fatto. Se questo deve essere il prezzo da pagare, preferisco continuare a scrivere in inglese e fare rock a modo mio!

In “The Same Floor” c’è questo lievissimo retrogusto testuale che rimanda alla meravigliosa “Hey You” dei Pink Floy? Una citazione?
Non vi è una precisa citazione di un brano specifico ma la ricerca di queste atmosfere larghe, sognanti ed avvolgenti si presta ad un accostamento del genere.
“The same floor” costituisce un episodio per me molto significativo in questo lavoro. Si discosta in un certo senso dagli altri brani del disco, con questa batteria elettronica e questo pad “lunare” messi la’ a contrastare la ruvidezza di una chitarra elettrica pungente. E poi i cori femminili a tessere ricami sostenendo la melodia. Adoro i contrasti, li considero i genitori della bellezza. E, se ci pensiamo bene, nella musica di ogni tempo i veri capolavori sono venuti fuori proprio da questo tipo di approccio.

Dolcezza contro rabbia. Un disco agrodolce, bello anche per questo. Chi vince?
Lascio volentieri la risposta agli ascoltatori di “Maps for moon lovers”. Credo sia un disco variegato, sia nei contenuti testuali che in quelli più prettamente musicali, ognuno può rivedersi e specchiarsi trovando un impeto rabbioso o una goccia di dolcezza. Ed in questa convivenza di anime e momenti differenti trova un senso profondo il riferimento esplicito alla luna e ai percorsi da essa suggeriti.

Un manichino. Una radura lontana. Un infinito. Legami. Tormenti. Liberazione. Impotenza. Gridare per tornare da dove si era partiti. Quante cose nella lettura tra le righe di questo nuovo disco di FAB.




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