Il Salotto di Malcom: DIANA

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Nostro rosa per questo giovedì al Salotto di Malcom signori miei. Lascio che restino alle pareti queste litografie di un’America un po’ distopica e un po’ tanto industrializzata, qualche bella foto di ciminiere nella nebbia mattutina e poi un cesto di frutta colorata che mi riporta molto al mercato rionale francese. Eh si perché in tanto buon sound digitale di chiaro riferimento shoegaze la nostra DIANA ha quel quid francese di dolcissimi dettagli femminili. Un disco assai interessante che vi invitiamo a conoscere ed ad approfondire: si intitola “And You Can’t Build the Night” pubblicato da Manita Dischi e distribuito da Artist First. Immaginazioni scomposte che come utensili raffinati servono e asservono alla ricerca di se. E noi le diamo il benvenuto con quel filo di curiosità che serve.

Quando ascolto dischi di questa fattura la curiosità di sapere come nasce il suono è tanta. Cioè nello specifico: la scrittura avviene con un suono analogico (chitarra o piano o altro) o direttamente al computer?
La creazione di un pezzo passa attraverso diversi step. Tutto inizia dalla pre-produzione cioè dalla stesura delle “basi” del brano. Per i brani elettronici, come per Nostalgia di Saturno, ho registrato delle basi al PC, utilizzando dei VST (strumenti virtuali) che mi hanno  permesso di ricreare delle sonorità di synth analogici. Una volta creata “l’impronta”  vado spesso ad arricchirla con altri strumenti, digitali e non. Queste ovviamente non sono delle regole perché devo dire che alcuni brani nascono già nella mente prima che vengano effettivamente registrati, altri invece nascono chitarra e voce e diventano altro. È sempre tutto molto relativo! Una volta finita la pre-produzione si passa alla registrazione in studio che contiene sempre un’incognita! Il brano rimarrà uguale alla pre-produzione o cambierà? Questa è sempre un bellissimo interrogativo.

Sospensione: ce ne sta tanta ed è una cifra stilistica importante. Cosa mi rispondi?
Credo che la sospensione porti l’ascoltatore a lasciarsi trasportare, a far sì che possa immaginare un mondo con propri occhi. Trovo impensabile un ascolto senza “forma”. È bello quando la musica ti fa fluttuare in pensieri diversi e ti lascia degli spazi per essere ciò che vuoi. Bastano poche parole come ad esempio in “Lost” per far arrivare un messaggio. Credo che per me sia stato necessario creare queste “sospensioni” nel disco. Concedere la possibilità di lasciare spazio all’immaginario sarà sempre una mia priorità.

Björk è ben presente soprattutto nelle parti corali di questa voce che viene sommersa dalla struttura musica. Sei d’accordo?
Intanto ti ringrazio anche solo l’accostamento! Sicuramente abbiamo entrambe un approccio musicale in cui la voce non è altro che uno strumento tra gli strumenti, un mezzo, un suono oltre che un messaggio. Amo e curo così tanto la parte strumentale che non la considero da meno a livello di mix e mastering, quindi probabilmente è per questo che spesso tendo ad amalgamare tutto in un unico suono.

Che poi, giusto per restare in tema, il disco dà ampio spazio a parti strumentali pure e semplici. Come mai questa scelta e che significato ha?
È proprio quello che ti dicevo, è sia un’esigenza di scrittura che vuole lasciare spazio all’immaginazione, che una questione di sonorità. Nasco come musicista e non come cantante, mi dedico molto alla parte della produzione musicale. Proprio in questi mesi sto iniziando a dare il giusto peso ad entrambi cercando di trovare il giusto equilibrio. Per quanto riguarda la semplicità sono pienamente d’accordo, non amo molto i virtuosismi, amo molto le atmosfere, gli incastri e i suoni, credo che questi siano i “segreti” di una buona musica.

Per chiudere non potevi che pubblicare un video visionario. Ci dai una chiave di lettura?
La chiave di lettura più corretta è sicuramente rappresentata dal confronto con le nostre paure. Ci sentiamo “perseguitati” da qualcuno, dai sentimenti che ci opprimono e non ci fanno vivere una vita felice. In realtà nella maggior parte dei casi non dovremmo fare altro che affrontare quello che ci angoscia. Non è altro che lo specchio di noi stessi, quello che ci facciamo riflettere addosso. Proprio alla fine, la nostra protagonista si ferma dopo una lunga corsa e viene attratta dalla stessa entità da cui fuggiva. La nostra incapacità di reagire spesso deriva dal fatto che rimaniamo sedotti da quello stato di sofferenza e non riusciamo a liberarcene. La nostra “storia” rimane quindi aperta a tante interpretazioni: questo incontro porterà ad una liberazione o ad una ricaduta? A voi la scelta.

Dalla rete pesco il singolo “He Was Andry”. La dolce Roberta Arena, nei panni di DIANA, mostra sfacciatamente la violenza psicologica di un alter ego che spesso non è una semplice prosecuzione, men che meno un’appendice… addirittura molto meno di una ovvia prosecuzione. Delle volte è una violenza di un “io” non riconosciuto a priori. Detto questo mettete in play questo bellissimo disco!!!

https://www.youtube.com/watch?v=qCc8x4tkfIk




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