Il Salotto di Malcom: Alfonso De Pietro

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Fosse anche notte fonda ma per lui e per quello che porta con se la sua musica, le finestre di questo salotto devono venir spalancate alla luce di tutti. Perchè è così e così dev’essere sempre. Condivisione ma soprattutto unione. Lui è forse uno dei cantautori più impegnati contro la mafia e, in via generalistica, schierato a canzone armata a favore di un impegno civile che sia foriero di grandissima lealtà umana e spirituale. Le mafie non intese solo e soltanto come stragi e latitanti, ma anche come omertà, come privazione di quel diritto e di quella cittadinanza che ognuno deve poter avere ed esercitare con libertà. Libertà. Questa la parola chiave. Il nuovo disco di Alfonso De Pietro si intitola “Di notte in giorno”, lui che di riconoscimenti in questo ambito ne ha avuti e non smette di averne. Dal sottobosco della nuova scena indie tiro fuori un disco che va ascoltato con cura…parola dopo parola…

Levami subito una grande curiosità. Cantare contro la Mafia a che tipo di esposizione porta?
Credo e spero che porti alla stessa esposizione di qualsiasi cittadino che, nel suo piccolo, ciascuno nel proprio ruolo professionale, decida di fare la sua parte attiva, onestamente e responsabilmente. Facendo bene il proprio lavoro. Semplicemente. A testa alta e con la schiena dritta. Rifiutando compromessi e non svendendo la propria dignità. Interessandosi al bene comune, con la consapevolezza che la felicità privata è legata alla felicità pubblica. E mi torna in mente quel passaggio nella Lettera ai figli di Che Guevara: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo…”

Un tempo si aveva paura ad alzare la voce…oggi?
Oggi, più che paura, riscontro indifferenza e rassegnazione. Anche la stessa omertà: un tempo voleva dire, come per le tre scimmiette, tapparsi gli occhi, le orecchie e la bocca; oggi, visto che nessuno può dire di non sapere o di non sentire il puzzo delle mafie (anche al nord, ormai), mi pare che sia ripetere “si sa, è così, è sempre stato così e sempre così sarà”. Ecco, e ce ne siamo lavati le mani. Ma non la coscienza, con cui dobbiamo fare i conti, prima o poi. E credo che questo atteggiamento sia peggiore della paura. Le ingiustizie, la violenza, la criminalità organizzata, le disuguaglianze, le discriminazioni, sono sì gravi malattie sociali, ma la peggiore di tutte rimane la rassegnazione a questi mali.

Musicalmente che cosa hai inseguito e voluto per veicolare il tuo messaggio?
Intanto, preferisco parlare di testimonianza, più che di messaggio. Temo la retorica, il rischio di pontificare: non credo di avere risposte, semmai ho tante domande; non ho certezze, ma tanti dubbi. Racconto e canto storie dimenticate che, una volta conosciute, ti si attaccano addosso, e ti interrogano: e ora? Ora che sai, cosa intendi fare? Ecco: la mia risposta è stata ed è diffondere la conoscenza di donne e uomini che hanno pagato con la vita la loro sete di giustizia e libertà, è riflettere su questioni sociali attraverso parole e musiche di memoria e di riscatto, di emancipazione e di speranza. Musicalmente tutto accade in maniera naturale, non inseguo, seguo: in questo caso, in base alla mia formazione e alla mia esperienza, ho attraversato d’istinto uno dei territori che frequento da anni, quello del jazz (e non solo), componendo le suggestioni armoniche e melodiche che i testi mi hanno suggerito, e viceversa.

Ma secondo te, stando alle tue scelte, il JAZZ come si collega ai temi trattati?
In questo modo, come in parte ho già risposto: per quanto mi riguarda, avviene tutto molto spontaneamente, facendo emergere liberamente quello che ho dentro, acquisito e sedimentato… e che, in quel momento, si collega proprio attraverso quel portato di note, suoni, metriche e ritmiche a quanto ho da dire. Con la massima libertà (tipica nello spirito del jazz, peraltro), senza forzature nella ricerca di una soluzione necessariamente più “semplice”. Ogni cifra stilistica è da ritenersi “popolare”, se è autentica: il pubblico sa distinguere chi “è” da chi fa finta di “essere”. E poi, per esser precisi, il vestito è jazz, gli arrangiamenti, i musicisti, ma è pur sempre un disco acustico, si tratta pur sempre di canzoni.

“La Memoria”. Strumentalizzazione in atto da parte dei media di tutto il mondo. Sei d’accordo?
Sono d’accordo sul fatto che la Memoria, troppe volte, viene declinata esclusivamente mediante la retorica della celebrazione, in cui, indossata la maglietta e sventolata la bandiera dell’occasione, si prova anche una fugace commozione, ma poi tutto riprende come prima, anche nel nostro modo sbagliato di agire. Tenere viva la Memoria, invece, richiede impegno, costruzione quotidiana, scelta di una parte, comportamenti radicali e coerenti con quei valori e quegli ideali per cui tanto ci commuoviamo, ma per cui tanto poco ci muoviamo.
“Di notte in giorno”. Si è fatto giorno?
Purtroppo, in questo Paese gattopardesco, in cui tutto cambia senza che nulla cambi davvero – anzi, cambia proprio affinché tutto rimanga uguale – non si può ancora dire che si sia fatto giorno. Detto questo, credo ci debba essere una continua tensione da parte nostra verso il vero cambiamento, che non è mai un punto d’arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Anche le conquiste della civiltà non sono mai al sicuro e definitivamente acquisite… Penso al risuonare sinistro di certe “vecchie” parole d’intolleranza o agli atti di gravi discriminazioni e di vero e proprio odio razziale! Quindi, finita una lotta, ne ricomincia un’altra. E ciascuno ha il diritto/dovere di fare la propria parte, sennò perde il diritto di lamentarsi e domani gli verrà chiesto: e tu dov’eri? E perché hai fatto finta di non vedere? È la rivoluzione di ogni giorno che, con Pasolini, credo si debba interpretare come un “sentimento”, e come un cammino, come un processo, non un atto. Una lunga e faticosa traversata nel deserto della barbarie sempre in agguato, sfidando la notte della ragione, per poi conquistare e scoprire una nuova alba di bellezza, dove la giustizia sociale e la dignità umana siano origine e finalità di ogni comportamento, singolo e collettivo.

Lasciate da canto ogni valutazione da saccente critico discografico. Non è proprio il caso questo. Lasciate correre la musica e la sua vena jazzata. Tutto questo piace e si regge ben in equilibrio. Conservate piuttosto dentro l’urlo che si sprigiona nel sentir morbide le parole di denuncia vestite di ironia e metafora, di malinconia e di rabbia. Prendetele. E fatele vostre. Alfonso De Pietro e il suo nuovo disco.