Human Suit – Sublimation

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Human Suit – Sublimation

Sublimation è sicuramente un lavoro di respiro internazionale e non di certo per il solo utilizzo della lingua inglese. L’Ep si compone di cinque tracce “liquide” che cercano di prendersi il cervello facendosi strada attraverso l’intreccio venoso. Il percorso è intricato ed a volte la “mission” fallisce. L’effetto non è letale, ma venefico, altroché!

Il duo padovano Human Suit ci presenta in apertura il brano Unlistened. Un estraniante tempo di raggae non distolga dagli intenti vendicativi. Un qualche veleno ha corrotto l’anima di questa band e l’antidoto non è a “buon mercato”. L’andatura favoleggiante di un piano, dissemina note come briciole. Pollicino pare inoltrarsi nel bosco, soggiogato da una voce cristallina. I riverberi di un “ATTACCO MASSICCIO” non sono pochi ed il risultato è, a tratti, abbacinante. Non sono un fine linguista, ma l’utilizzo dell’idioma di Albione mi pare un po’ scolastico ed in alcuni passi non sempre credibile. Ma il tutto viene filtrato da una produzione eccezionale che tutto fa passare in secondo piano.

Dal singolo d’apertura si passa ad una sorta di “tetralogia del dolore”. Nella seconda track, intitolata This bitter taste, si passa ad una ritmica serrata, quasi Harveyana. L’uso del piano sull’inciso stavolta non è felicissimo e rimanda alle composizioni più eteree e sottili di L’Aura. Quando la voce sale su un registro più alto, il tutto si fa ancora meno convincente e pare traballare. Ma il contesto generale tiene e la semplice linea di basso, dalla forte impronta dark-wave, si lascia ammirare sul finale “in fuga”.

La terza traccia, In my Legion, “skippa” su una intro quasi “trance”. Questo cattura la mia attenzione come la lingua di un camaleonte potrebbe fare con una mosca. Purtroppo, l’effetto sorpresa si infrange su delle chitarre troppo fredde e precise, dai colori eccessivamente “fuori moda”. Il resto è un esercizio di stile. Una sorta di Sara Mazo che incontra Trent Reznor all’alimentari sotto casa. I singoli elementi sembrano non funzionare, ma ancora una volta l’ardita “tensostruttura” resiste. In fondo, le mie, sono soltanto delle considerazioni personali quanto opinabili.

Il vero gioiello mi pare che invece sia la quarta traccia: Broken doors.

La singer si muove su una strofa noise col passo felpato di Phoebe Killdeer. Tutto è davvero ben dosato ed accattivante. Si lascia gustare non poco questa canzone e l’ago della spia vira istantaneamente verso “livelli di sicurezza” più che rassicuranti. I 5 minuti e 21 della sua durata, si lasciano masticare come un pugnetto di m&m’s e ti lasciano al desiderio di volerne un altro, proprio quando nel pacchetto non ne restano più.

Arriviamo alla conclusione del disco con Collecting Clouds. La canzone è tessuta a forti tinte “post-decontaminazione”. Un “missile F1-11” della base Sigue Sigue Sputnik ha colpito l’atollo. Non vi è nato più nulla, sino a che questa formazione non ha deciso di passare di lì e piantumarvi il primo arbusto infestante. Siamo agli arbori di una nuova flora, un ambiente prebiotico contaminato, ma forse ora innocuo.

Varrebbe la pena continuare ad indagare, analizzare, sondare il terreno per capire sino a che punto le “radiazioni” hanno potuto apportare danni al sito. Bisognerà aspettare altro tempo. Bisognerà pazientare sino alla prossima fioritura, sino al primo raccolto. Consigliato non togliere la tuta pressurizzata prima di aver compiuto i dovuti accertamenti.

 




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