“Breach” il nuovo lavoro dei Polemica

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Se c’è una cosa che mi entusiasma sempre è riuscire a stupirmi piacevolmente nella monotonia dei suoni pseudo rockeggianti che percepisco negli ultimi anni nel mondo musicale internazionale.

Ed è qui che entrano in gioco gli alternative/rock Polemica con il loro secondo album “Breach”, quartetto italo-americano, capeggiato dalla tagliente voce di Hilary Binder (musicista americana che ha sviluppato la sua attività musicale principalmente come batterista e poi cantante).

Polemica che con la formula del “thinkrock”, tematiche crude e dirette, si destreggiano abilmente tra melodie groove, noise, invettive e slanci melodici.

Analizzando l’evoluzione dal primo album “Keep your laws off my mind” a questo “Breach” si percepisce un netto salto evolutivo, la sezione ritmica ha preso più corpo e dinamismo sottolineando e valorizzandone in ogni traccia la voce. Le sfumature elettroniche e groove sono più azzardate, in grado di regalare una simbiosi e una reciproca funzionalità ad ogni brano.

La prima traccia di “Breach”,

A walk in the park il cadenzato riff garage della chitarra ci accompagna in questa lucida camminata all’interno del parco, un percorso che ci porta a musicalità al limite del noise.

Il secondo brano, the bell, Hilary ci ricorda un Lou Reed al femminile, con estrema eleganza e senza scomporsi ci trascina attraverso questa progressione funky scandita dal ritornello sincopato. Un ritornello che ci domanda insistentemente se ci siamo accorti che il concerto è cominciato, che è ora di scuotersi dal quotidiano torpore.

Passenger on the ghost ship brano dalle note più melodiche e dalla voce sempre pacata anche sulle note più tumultuose.

Man’s privilege, la vera e propria virata di questo album. Si leggono, senza troppe metafore, i privilegi non egualitari dell’uomo bianco. Un additamento chiaro e controllato, sulle note di un riff esplosivo che non permette ulteriori parole.

Psycopath Mind è un turbinio di melodie, riflesso di come sia disorientante e pericoloso stare accanto a una mente psicopatica.

Silly me pezzo in cui il motore è il basso, accompagnato dai cambi repentini e epilettici del tono della voce.

Morning fight , pezzo, da cui esce la vena intimista del gruppo. Intenso e emozionante blues, che con estrema serenità apre il sipario sulle prime ore del giorno, su un probabile litigio, in cui percepiamo l’insieme dei sentimenti contrastanti che questo porta.

Need more time riflessione personale, quasi alienante, in cui le chitarre creano echi psichedelici.

La title track Breach è la traccia più noise del disco ed la più scarna anche per narrazione. È l’anomalia del sistema, il glitch del segnale che si perde, un tornado di urla e suoni incontrollabili.

Welcome to the Show, sul finale, è l’antitesi, è la sorpresa, ovviamente ora che siamo alla fine lo spettacolo comincia. Il dinamismo che emerge da questo brano assieme al basso slappato ricorda i Primus e Steve Albini.

Che non si dica mai, che il rock americano si è appiattito o addolcito, ma soprattutto, questo rock ha sapori e conoscenze della nostra terra, una perfetto incontro, che merita un nove senza esitazioni.

9/10




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